Ma la vera scossa del lunedì è arrivata da Torino. La Juventus ha esonerato Igor Tudor, e per la prima volta in 55 anni, la prima panchina a saltare in Serie A è quella bianconera. Un segnale che dice molto del momento della Vecchia Signora: più che un club in crisi di risultati, una società in crisi di identità.
Tudor non ha convinto, ma non è nemmeno l'unico responsabile. La Juventus lo aveva confermato per mancanza di alternative, dopo i no di Conte e Gasperini, e con un progetto tecnico mai davvero delineato. Un mercato sfilacciato, privo di coerenza, che ha riempito la rosa di seconde punte senza sistemare difesa e centrocampo. Con Koopmeiners irriconoscibile, Locatelli più volte accantonato e un Vlahovic rimasto più per obbligo che per scelta.
I numeri sono impietosi: ottava in Serie A, venticinquesima in Champions. Eppure, la decisione sorprende per la tempistica, non tanto perché arriva prima del turno infrasettimanale, ma perché arriva senza direttore sportivo.
La Juventus ha scelto di cambiare allenatore nel vuoto più assoluto, senza una guida tecnica, senza un piano, senza una visione. È l'ennesimo errore di una dirigenza che da anni rincorre sé stessa, incapace di programmare, di costruire, di dare continuità.
Ora, per una gara, la panchina passerà a Massimo Brambilla, tecnico della Next Gen: il terzo in sei anni a fare il salto in prima squadra, dopo Pirlo e Montero. Un segnale ulteriore della confusione totale che regna a Vinovo. In 128 anni di storia, la Juventus ha esonerato dieci allenatori: tre negli ultimi diciotto mesi.
Non è più una questione di nomi, ma di struttura. Tudor è stato l'inevitabile capro espiatorio, ma il problema è sistemico: la Juventus non ha più un motore, non ha più idee.
E finché non ritroverà il suo status, prima ancora dei trofei, continuerà a cambiare uomini senza cambiare destino.