Ulisse contro l’utopia e il fallimento dell’uomo astratto

02.02.2026

Il 2 febbraio 1922, ricorre l'anniversario della pubblicazione dell'Ulisse di James Joyce. A più di un secolo di distanza, il romanzo è ancora considerato uno dei capolavori della letteratura del Novecento. Spesso viene ingiustamente relegato nell'ambito dell'avanguardia sperimentale o del virtuosismo linguistico, eppure, l'Ulisse è molto più di questo. È un'opera profondamente anti-ideologica, una grande celebrazione dell'individuo concreto contro ogni tentativo di ridurlo a funzione, categoria o destino storico.

Riletto oggi, l'Ulisse invita a una riflessione che va oltre la letteratura e tocca la filosofia politica. In particolare, il romanzo di Joyce si oppone all'antropologia implicita del comunismo, non solo come sistema economico contingente, ma come progetto totalizzante di razionalizzazione dell'uomo e della storia. Il romanzo dimostra, con una forza che nessun trattato possiede, cosa succede quando si considera seriamente la vita umana nella sua irriducibile particolarità.

L' epica del quotidiano e la fine dell'eroe

Il protagonista di Ulisse, Leopold Bloom, è l'antieroe per eccellenza. Non guida masse, non fonda dottrine e non incarna alcuna missione storica. È un pubblicitario, marito tradito, cittadino marginale ebreo in una Dublino spesso ostile. Trascorre la sua giornata svolgendo piccoli gesti come preparare la colazione, partecipare a un funerale, camminare per la città, riflettere sul proprio corpo, sui ricordi e sulle parole.

Joyce compie un'operazione decisiva ossia trasformare l'ordinario in epico senza idealizzarlo. Bloom non diventa grande perché rappresenta qualcosa, diventa centrale perché semplicemente esiste. È proprio questa centralità dell'individuo a entrare in conflitto con ogni ideologia che pretenda di spiegare l'uomo attraverso un'astrazione.

Il Novecento è stato attraversato da figure che hanno rivendicato il diritto di parlare a nome della Storia: da Lenin, che concepiva l'individuo come avanguardia disciplinata del processo rivoluzionario, a Stalin e Mao, per i quali l'uomo reale diventava materia plasmabile in vista di un fine collettivo superiore. Anche nel presente, nei residui e nelle riproposizioni di quell'orizzonte ideologico, riaffiora la stessa pretesa ossia che la vita concreta possa essere subordinata a un disegno storico necessario.

Nel comunismo classico, l'individuo è identificato esclusivamente come membro di una classe, funzione di un processo storico e portatore di un ruolo oggettivo nei rapporti di produzione. 

Bloom, invece, sfugge a ogni schema. È improduttivo, incoerente e contraddittorio. Non è "storicamente necessario" ma detto tutto ciò è comunque insostituibile.

L' uomo astratto e la tentazione totalizzante

Il problema principale del comunismo non è solo politico o economico, ma antropologico. Il comunismo tende a vedere l'uomo come parte di un disegno razionale generale dove il senso dell'esistenza individuale è subordinato a un obiettivo collettivo: l'emancipazione finale, la società senza classi e la fine della storia come conflitto.

In questa prospettiva, il particolare diventa sacrificabile, l'errore individuale è ammesso solo in quanto fase transitoria, e la sofferenza presente viene legittimata in nome di un futuro promesso.

Ulisse distrugge questa logica senza mai nominarla. Joyce non polemizza: mostra. Mostra una vita che non può essere ridotta a un telos. Una coscienza che non cerca una sintesi finale. Un tempo che non "avanza", ma si accumula, si ripiega e ritorna.

In questo intermezzo il flusso di coscienza di Joyce assume la valenza di dichiarazione filosofica che accantona la tecnica narrativa. L'esperienza umana non è lineare, non è programmabile e non può essere completamente tradotta in linguaggio concettuale. Ogni progetto che cerchi di farlo è destinato a fallire o a imporsi con la forza.

Contro l'uomo nuovo

Uno dei miti più persistenti del comunismo novecentesco è quello dell'"uomo nuovo". Un soggetto finalmente riconciliato con la società, liberato dalle alienazioni, razionale, solidale e funzionale al bene collettivo.

Bloom è l'esatto contrario di questa figura. È pieno di tic mentali, desideri imbarazzanti e paure meschine. È sensibile, ma non eroico. È morale, ma non puro. È intelligente, ma mai sistematico. Non supera le proprie contraddizioni, ma ci convive.

Ed è proprio questa convivenza a renderlo umano. In Ulisse non c'è redenzione storica, non c'è palingenesi sociale e non c'è un salto dialettico risolutivo. C'è solo la persistenza dell'umano nella sua forma più elementare: mangiare, ricordare, desiderare, soffrire e perdonare. Riesce a stento a riempire il primo gradino della piramide di Maslow.

Da questo punto di vista, Bloom rappresenta una forma di resistenza passiva a ogni ideologia che voglia rifare l'uomo da capo.

Pluralità contro pensiero unico

Anche a livello formale, Ulisse è un manifesto anti-totalizzante. Ogni capitolo adotta uno stile diverso; ogni voce è parziale e ogni prospettiva è incompleta. Non esiste un narratore onnisciente che ricomponga il senso ultimo. Il significato emerge solo dalla coesistenza delle differenze.

Questa pluralità radicale è incompatibile con ogni sistema che pretenda di imporre un'unica chiave interpretativa della realtà, una verità storica definitiva e una direzione necessaria dell'evoluzione umana.

Il comunismo, nella sua versione più rigida, ha spesso cercato proprio questo: una sintesi totale. Joyce, al contrario, accetta il disordine come dato costitutivo dell'esistenza.

Ulisse come vaccino contro le ideologie

Nel celebrare Ulisse il 2 febbraio, non celebriamo solo un capolavoro letterario. Celebriamo un'opera che ci ricorda una verità scomoda: l'uomo reale rappresenta sempre un problema per i sistemi "perfetti".

Joyce ci insegna l'impossibilità di ridurre l'umano a progetto.

In un'epoca che continua a sognare soluzioni totali, questa lezione resta, forse, la più attuale di tutte.


- Luca Cianci


Il 2 febbraio 1922, ricorre l'anniversario della pubblicazione dell'Ulisse di James Joyce. A più di un secolo di distanza, il romanzo è ancora considerato uno dei capolavori della letteratura del Novecento. Spesso viene ingiustamente relegato nell'ambito dell'avanguardia sperimentale o del virtuosismo linguistico, eppure, l'Ulisse è molto più di...