Sinner e Gattuso, i due volti opposti dello sport italiano

17.11.2025

Il periodo che sta vivendo l'Italia sportiva appare unico nella sua assurdità: se da un lato il mondo intero acclama il più grande tennista di questa generazione, dall'altro la nostra nazionale di calcio, seconda per successi solo al Brasile, viene nuovamente esposta al pubblico ludibrio, orfana di fuoriclasse e sull'orlo di un'ennesima delusione. 

Tutto ciò ha come effetto una strana ricaduta sociale, che ribalta completamente il modo di approcciarsi alle due diverse discipline. Uno sport fino a qualche anno fa universalmente considerato elitario, selettivo, finemente aristocratico nella sua inaccessibile mondanità, oggi si afferma senza margini di fraintendimento come la pratica nazional-popolare per eccellenza. Viceversa, lo sport a vocazione democratica, dall'incalcolabile potenziale emotivo e da sempre monopolizzatore dell'attenzione pubblica, appassisce lentamente anno dopo anno, fino a mostrarsi, oggi, nelle sue vesti più logore e démodé. 

Nient'altro che la misura di una tendenza semplice da intuire: le generazioni di affezionati nascono e crescono con il ricordo dei successi. All'aumentare dell'astinenza, diminuisce la passione. 

Sinner, record su record

Ormai il tennis nostrano ha un nome e un volto. E nonostante entrambi siano stati oggetto di sterili freddure in quanto poco fedeli alla così stereotipata immagine di "italianità", è grazie all'atleta altoatesino se oggi l'Italia è di nuovo in cima al circuito. Non solo, è merito del pluripremiato Sinner se la pratica tennistica è esplosa come mai prima d'ora, facendo breccia nel cuore di tutti, rinnovata nella sua venatura interclassista. 

La vittoria delle ATP Finals 2025 è semplicemente il coronamento di un percorso ormai di lungo raggio intrapreso dal campione già vincente in tre dei quattro Grandi Slam. La finalissima di Torino contro Alcaraz? Il saggio delle proprie migliori qualità. In un match equilibratissimo, sempre aperto a nuovi possibili cambi di ritmo, Sinner ha saputo far fruttare la propria solidità, neutralizzando con freddezza le possibili accelerazioni dell'avversario e andando a punto nei momenti cruciali dell'incontro. Con un ottimo servizio e una grande maturità ha messo a segno colpi pesanti, cancellando una palla set nel tie-break della prima frazione e chiudendo il secondo set con un break frutto di una ritrovata aggressività. 

Una mente di ghiaccio che ha smagnetizzato la varietà del genio spagnolo. 

E se il dato relativo ai set persi nelle ATP Finals (zero, per la cronaca) è fonte di gioia per la sola statistica, fornisce comunque la fotografia del progresso continuo sotto il profilo della tenuta psicologica: un'attitudine robotica, implacabile, che nulla lascia all'estemporaneità emotiva del singolo momento. 

Gattuso e una nazionale impaurita

Il discorso è completamente diverso per la nazionale di calcio. La cura-Gattuso non ha sinora risolto la più grande debolezza della squadra: il timore paralizzante che affligge il gruppo nei momenti di difficoltà sembra infatti riemergere ogniqualvolta le cose escano al di fuori del copione prestabilito. E se sulla vetta del tennis abbiamo un campione di mentalità e sulla panchina azzurra un ex duro da battere, pare che la rosa comunque soffra di una congenita ansia anticipatoria. Anche con molto da giocare, al primo segnale negativo la squadra tende a sgretolarsi, perde le distanze, e si consegna impotente al proprio destino. 

La sconfitta amara e ininfluente con la Norvegia ne è la lampante testimonianza: contro una nazionale in forma smagliante e dalle spiccate qualità individuali, il gioco va bene fin quando gli avversari non fuoriescono dal proprio letargo tecnico. La rete di Pio Esposito ci illude di poter quantomeno avvicinarci a quel 9-0 che avrebbe inverosimilmente garantito il matematico sorpasso e l'accesso diretto alla fase finale del mondiale. E la nostra immaturità si è manifestata proprio in questo frangente, nell'incapacità di dare la spallata alla partita quando ne avevamo la possibilità. 

Poi, il disastro. Prima Nusa, poi due volte Haaland, e infine Strand Larsen, hanno consegnato agli alticci supporter norvegesi la possibilità di festeggiare sugli spalti del Meazza. 

Uno spettacolo non degno del prestigio della nostra storia e dello stadio in cui si è consumato, che giustifica la disaffezione generale e l'insofferenza ormai non più tacita nei confronti della nazionale. 

Orizzonti futuri

Su Sinner c'è poco da dire, è un fenomeno generazionale destinato a una lunga e brillante carriera che si muoverà sul crinale della rivalità con Alcaraz. Per gli appassionati è una garanzia di spettacolo a lunghissimo termine. 

Quanto agli azzurri del calcio, il cammino è ricco di asperità: a marzo li attende un playoff con un unico risultato ammesso. Andare ai mondiali è troppo importante per il movimento, per i tifosi e per il Paese. Se non si vuole correre il rischio di acuire ulteriormente il distacco nei confronti di una nazionale dalle pochissime soddisfazioni, si deve categoricamente vincere. Per farlo, però, servono umiltà e cuore, senza troppi sofismi tattici e ghirigori superflui

Le parole d'ordine debbono essere cattiveria agonistica e consapevolezza tecnica. Bisognerà farsi carico della realtà: non siamo più i favoriti né quelli da battere e ogni partita è fondamentale per ricostruire un'identità collettiva che sta lentamente svanendo. 

Rimandiamo le analisi tecniche in primavera, in attesa di migliori presupposti sui quali discettare. 

-Francesco De Paolis


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