Perché bisogna andare a vedere La grazia

09.01.2026

Il nuovo film di Paolo Sorrentino non è solo il ritratto di un solitario giurista e uomo politico, ma un'avvolgente storia d'amore che ci racconta le contraddizioni della vita.

Il 15 gennaio uscirà, a poco più di un anno di distanza, La grazia, il nuovo film di Paolo Sorrentino che stregherà le sale. Lungi da ogni melensa idolatria, La grazia è un grandissimo film che attesta ancora una volta come Sorrentino sia assolutamente il miglior regista italiano attualmente in circolazione, l'unico, forse, a poter competere con ogni suo film con i grandi registi internazionali.

Il protagonista è Mariano De Santis (Toni Servillo), non poco ispirato, per stessa ammissione di Sorrentino, al nostro presidente Sergio Mattarella, giunto quasi alla fine del suo mandato da Presidente della Repubblica. Una figura sobria, elegante, ma che segretamente conserva i suoi vizi e coltiva alcuni gusti bizzarri, tra cui l'ascolto solitario della musica di Guè. Assistito dalla figlia Dorotea (Anna Ferzetti), si ritrova di fronte ad alcune scelte delicate: due richieste di grazia e l'approvazione della legge sull'eutanasia. Da qui l'intrecciarsi di dilemmi etici e giuridici, nonché sentimentali e personali. La grazia esplora le crepe della vita per restituire un quadro profondamente umano in cui la certezza difficilmente interviene ad illuminare una volta per tutte le ineluttabili questioni che l'esistenza ci pone dinnanzi.

La chiave cruciale per sentire il film non può che essere il concetto che dà il titolo alla pellicola. Per tutta la sua durata, l'idea di grazia, nelle sue diverse sfaccettature, risuona e assume forme differenti, stratificandosi in un gioco di rimandi e riflessi. C'è innanzitutto l'idea giuridica, quella più esplicita, la grazia che il Presidente è chiamato a concedere o negare. Si configura come un atto di clemenza, un perdono che interrompe il corso della giustizia, o meglio, che ne concretizza uno più appropriato.

Accanto a questa definizione formale, risuona con forza anche l'idea estetica di grazia intesa come eleganza, come un modo di stare al mondo con leggerezza e compostezza. "Non siamo stati bravi, siamo stati eleganti", dice Mariano De Santis a un suo collaboratore, in una battuta che racchiude tutta la filosofia del personaggio e forse del film stesso. L'eleganza assume una postura esistenziale, un modo per attraversare le contraddizioni e i dilemmi senza perdere quella compostezza che è, in fondo, l'unica grazia che l'uomo possa davvero concedersi da solo.

Infine c'è il significato più immediato e complicato a cui la grazia rimanda, quello teologico, che furbescamente è trattato soltanto molto implicitamente. Assumendo il rischio di sovra-interpretare, infatti l'intero film nasconde un significato di grazia che si connette alle radici della religione cattolica. La presenza del buffo papa ne è forse l'attestazione più esplicita. Ma il cuore del film batte attorno ad un tentativo di umanizzazione della grazia religiosa, sgravato da ogni sofisticazione teologica. La grazia, così intesa, permette la libertà. Si erge come condizione per amare veramente, per permettere di donare e di donarsi fino in fondo. È quel senso che già Agostino di Ippona aveva colto e che risuona nella tradizione cattolica. La grazia non annulla la libertà ma la redime, la restituisce a sé stessa. Solo un cuore libero può amare davvero, e solo attraverso la grazia questa libertà diventa possibile come capacità di donarsi senza riserve.

In tal senso allora il film è interamente volto alla ricerca di una grazia, di una condizione di amore capace di assumere su di sé il dolore dell'inspiegabile, del non-senso, dell'incertezza che, alla fine dei conti, è semplicemente l'aspetto di un volto umano.

Nel film è possibile riconoscere la cifra stilistica inconfondibile di Sorrentino, dall'uso sapiente della musica alla caratterizzazione eccentrica di alcuni personaggi, ma soprattutto quell'universo tematico che ormai gli appartiene che vive di solitudine, silenzi carichi di non detto, un senso di bellezza che convive con la malinconia. La grazia probabilmente convincerà chi ha considerato Parthenope un film barocco e narcisisticamente avvolto su sé stesso. Sorrentino dimostra di saper tornare a una narrazione più lineare, meno auto-compiaciuta, senza per questo tradire la propria visione. Non che l'eccesso stilistico sia un difetto – anzi, è spesso la sua forza – ma forse questa ritrovata misura permette al film di emergere con maggiore chiarezza, senza restare impigliato nelle maglie di un virtuosismo che può apparire superfluo.

Vedere La grazia è importante perché non è un film che si limita a intrattenere ma che ha qualcosa da dire non solo sul presente che viviamo ma sulla condizione umana in generale. È un'opera che fa bene all'anima, elegante nella forma e profonda nella sostanza, capace di toccare corde intime senza mai scadere nel sentimentalismo. Un film necessario in un panorama cinematografico spesso troppo compiacente.

Voto: 9

- Alessandro Marotta


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