Credo che nemmeno a voi piaccia leggere sempre le stesse cose, quindi non tornerò su un argomento arcinoto: l'inadeguatezza dell'arbitro Fabbri. Eppure, è impossibile non partire da Atalanta-Roma, una partita che resterà negli archivi non per il calcio espresso ma per un campionario arbitrale che ha sfiorato il surreale. Il gol decisivo di Scalvini...
Napoli “ingiocabile” in Supercoppa. Sinfonia Juve in campionato, tutto rimesso in discussione?
È stato, senza troppi giri di parole, il weekend della Juventus. L'unica delle prime sette della classifica a portare a casa i tre punti, ovviamente perché, in una giornata spezzettata e anomala per via della Supercoppa, cinque su sette non sono nemmeno scese in campo. Ma al netto delle assenze, il peso specifico di Juve-Roma era tale da rendere superfluo qualsiasi asterisco.
E la Juventus ha risposto nel modo migliore possibile: una prestazione piena, matura, autoritaria, forse la più convincente della stagione. Ancora meglio di Bologna-Juventus, perché ripetersi è sempre il compito più arduo da portare a casa, e perché stavolta si trattava di uno scontro diretto che quasi obbligava a vincere. I bianconeri non si sono nascosti: hanno dominato negli episodi, nei duelli e nella lettura della partita.
Il simbolo è stato Bremer, tornato titolare dopo tre mesi come se il tempo non fosse mai passato. Ma la crescita è stata collettiva. Anche nel ruolo più discusso, quello della prima punta, è arrivato finalmente un segnale: Openda, sbloccatosi in campionato con la giocata più semplice della sua stagione, sfruttando l'assist di McKennie.
Dall'altra parte, una Roma confusa e fragile, coerente con i suoi limiti stagionali. Gasperini ha insistito sul solito e inefficace sistema senza una prima punta di riferimento, ribadendo la sua sfiducia verso Ferguson, poi certificata anche nel post-partita con parole pesanti che rischiano di lasciare scorie. L'irlandese, paradossalmente, ha fatto meglio di un Dybala evanescente, ancora una volta fuori dal match nei momenti decisivi.

Priva di Hermoso acciaccato e N'Dicka in Coppa d'Africa, la Roma ha provato a rattoppare la difesa con Ziolkowski centrale e Rensch braccetto. Il sistema ha retto fino all'intervallo, poi due folate bianconere hanno fatto tremare la capanna giallorossa: prima Svilar è stato decisivo su Conceição, poi la combinazione Cambiaso-Conceição ha portato all'1-0. Un gol costruito con tempi e movimenti perfetti, dettati da uno strepitoso Yildiz.
Chi quest'anno ha seguito la Roma sa che, quando i giallorossi vanno in svantaggio, il risultato finale è quasi sempre una sentenza. In stagione, la squadra di Gasperini ha ribaltato lo svantaggio solo a Firenze. E non è un caso: le difficoltà strutturali della fase offensiva emergono soprattutto negli scontri diretti, dove giocatori come Pellegrini e Soulé finiscono sistematicamente ai margini. L'argentino, tra Milan, Napoli e Juventus, non ha mai superato l'ora di gioco.
La Juventus invece cresce, e cresce in verticale. È esploso definitivamente il talento di Yildiz, esaltato dagli spazi concessi dalla Roma, ed è cresciuto un Locatelli, sempre più centrale. Qualche sbavatura resta – Zhegrova si è visto a sprazzi ed è colpevole nell'azione del gol di Baldanzi – ma il quadro complessivo è chiaro: la Juve adesso è lì, a meno uno dalla Roma, pronta a mettere pressione anche al terzetto di testa in un campionato equilibratissimo, fatto di qualità ma anche di grandi imperfezioni.
Spalletti, pur restando spesso distante dalla temperatura emotiva del gruppo, sta iniziando a incidere davvero, andando oltre i suoi dogmi tattici per adattarsi alle caratteristiche della rosa. Resta evidente, però, la necessità di intervenire a centrocampo a gennaio, soprattutto in vista del ritorno alle tre partite a settimana.
Alle spalle del big match, il weekend di Serie A ha offerto appena altre cinque partite. Una, Lazio-Cremonese, pur noiosa nelle emozioni, è destinata a restare negli annali per un errore clamoroso: il guardalinee Regattieri ha segnalato un fuorigioco di Castellanos su una rimessa dal fondo di Provedel, una situazione in cui il fuorigioco non può esistere. Il sempre diversamente sagace Pairetto, gli è andato inizialmente dietro fischiando fallo, salvo poi accorgersi immediatamente dell'abbaglio da matita blu.
A Firenze, invece, si attendeva con ansia la prima vittoria stagionale della Fiorentina, arrivata con un'abbuffataun po' isterica contro un'Udinese svogliata, molle e distratta. L'espulsione di Okoye dopo otto minuti ha abbassato ulteriormente la tensione, e la Viola ha segnato gol da "partita del giovedì", con la doppietta di Moise Kean, prima stagionale. Per il resto, gara quasi irrilevante, ma da segnalare il cambio di modulo di Vanoli, passato a un 4-3-3 ancora grezzo, in attesa che il mercato porti esterni offensivi veri. In questo senso, la risposta attesa di Fabio Paratici al ruolo offerto da nuovo direttore sportivo, potrebbe segnare un passaggio chiave.
Di tutt'altra pasta il Genoa, eroico in dieci uomini dal terzo minuto per l'espulsione di Leali, il rosso più rapido per un portiere da quasi trent'anni. La squadra di De Rossi ha giocato la partita perfetta, sfiorando due volte un vantaggio meritato: palo di Vitinha a porta vuota, errore clamoroso di Colombo di testa. A decidere tutto, amaramente, l'uscita a farfalle del secondo portiere Sommariva sul corner di Zalewski, con Hien che al 93° ha trovato il primo gol in Serie A.
Supercoppa: quando il Napoli è in giornata non si può fermare
A completare un fine settimana atipico, la finale di Supercoppa ha offerto una coda narrativa degna di nota, con un Napoli tambureggiante per novanta minuti. La copertina è tutta per David Neres, perché il funambolo brasiliano, finalmente liberato dopo quasi un anno e mezzo di freno a mano volontario, è stato il volto e il suono dominante della notte di Riyadh.
Ancora al 39', come già contro il Milan, Neres ha sbloccato la finale con un tiraggiro, anche se dal lato opposto, sorprendendo un Bologna colpevolmente addormentato su una rimessa laterale. E poi, al 57', il raddoppio: non solo talento, ma istinto e furbizia, palla soffiata a Lucumí sul passaggio pigro di Ravaglia e cucchiaino delizioso a chiudere una partita che, di fatto, il Napoli aveva già messo sotto controllo.

Prima e dopo, quasi solo Napoli. Se la gara di campionato del 9 novembre si era chiusa con un 2-0 per il Bologna, con un solo tiro nello specchio dei partenopei contro il terzo portiere Pessina, stavolta i tiri in porta sono stati quasi dieci, più una lunga serie di occasioni mancate di poco, come quella finale di Politano. Una pressione costante, una sensazione di apprensione permanente attorno alla porta di Ravaglia, che nonostante l'errore sul secondo gol è stato tra i migliori dei rossoblù.
Gli uomini di Italiano sono stati annichiliti. È vero, poco prima del raddoppio hanno avuto una brevissima finestra per rientrare in partita, come spesso accade nelle finali: il colpo di testa di Ferguson, sul grande cross di Orsolini, però è finito dritto tra le braccia di Milinković-Savić. Un attimo, e l'inerzia si è richiusa.
Al netto dei due scivoloni di Lisbona e Udine, imputabili ai consueti alti e bassi mentali di una squadra che non ha ancora imparato a spingere sempre a tavoletta, quando il Napoli gira diventa quasi impossibile da arginare per le squadre italiane. Troppa varietà, troppe soluzioni, troppi modi diversi di arrivare al tiro, come se tutto fosse pilotato dal joystick mentale dell'uomo in panchina.
Sapendo però che il futuro prossimo si chiama Cremona, contro una squadra che, quando vuole sa paralizzare anche avversari più forti con corsa e organizzazione, per portare via i tre punti servirà il Napoli migliore, anche domenica.
-Nicolò Mencarini
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