Moviola, nervi e risultati: l’Inter allunga, il Milan inciampa, il Como si prende il quarto posto

17.03.2026

Per circa trenta ore la Serie A 2025/2026 è sembrata improvvisamente un campionato riaperto. Una riapertura costruita più sulla fiducia che sui fatti, perché si basava sull'ipotesi, quasi data per scontata, che il Milan riuscisse a espugnare l'Olimpico contro la Lazio. Non è andata così.

In quelle trenta ore si è consumata una specie di tempesta emotiva: convulsa, isterica, alimentata da un silenzio stampa proclamato quasi in silenzio, dopo un'ora di attesa, ma poi tutt'altro che silenzioso. Spifferi, indiscrezioni, frammenti di dichiarazioni che rimbalzavano sui siti, sui giornali, sui social. Anche questa è comunicazione, certo, ma raramente della migliore qualità. Così funziona il calcio nel 2026, e forse anche un pezzo dell'Italia. In mezzo a questo rumore, tutto è stato ridotto a cinque minuti precisi di Inter-Atalanta. Cinque minuti isolati come in un laboratorio: fermo immagine, la spintina, il contatto, il precedente arbitrale, il precedente da moviola, la contraddizione, la richiesta implicita che chiunque non sia noi debba essere perfetto, inattaccabile, irreprensibile. Noi invece possiamo dire e scrivere qualsiasi cosa, senza doverne mai davvero rispondere. Non riguarda una squadra in particolare: a turno succede a tutti. Tutte le tifoserie finiscono per avvelenarsi la giornata per un sospetto, un'illazione, una coincidenza su Facebook. È la routine del tifoso da social: triste, ripetitiva, ma ormai familiare. E alla fine resta quasi una consolazione ricordarsi che il dio del calcio, nonostante tutti provino sempre a tirarlo per la giacca, continua a fare quello che vuole.

Inter tra nervi e rimpianti, ma la vetta resta salda

Il weekend dell'Inter è stato una specie di montagna russa emotiva. Un fine settimana vissuto con l'ansia addosso e concluso scoprendo che il vantaggio sulla seconda è addirittura aumentato: da +7 a +8, con una partita in meno e un calendario teoricamente più favorevole. In più, all'orizzonte, c'è il ritorno di Lautaro Martinez, il grande assente di un mese complicato in cui i nerazzurri hanno segnato appena sei gol in sei partite, uno solo proveniente da una punta.

Quella punta è stata Pio Esposito, una delle poche luci del pomeriggio di pioggia a San Siro. Un'Inter fragile, quasi intimidita, con lo stadio stesso sul punto di perdere la pazienza. Gli episodi arbitrali sono noti: sul pareggio di Krstovic pesa una leggera spinta di Sulemana su Dumfries, già in equilibrio precario. Da anni situazioni simili vengono quasi automaticamente giudicate fallo per la difesa, ma non sempre è così scontato. Molto più difficile da spiegare, invece, è il mancato rigore su Frattesi per il calcetto di Scalvini che colpisce il piede senza prendere il pallone. Manganiello non vede, il VAR Gariglio non interviene: o non lo ritiene un errore chiaro ed evidente, oppure decide di interpretare il protocollo in maniera più restrittiva.

La scelta dell'Inter è stata il silenzio stampa. Una decisione forse cinica, ma probabilmente prudente, dopo che la gestione mediatica del post Inter-Juventus si era trasformata in un boomerang, tra il caso Bastoni e le dichiarazioni un po' goffe a caldo di Christian Chivu e del presidente Marotta.

Al di là degli episodi, però, la sensazione è che la squadra fosse prigioniera di una miscela di stanchezza e tensione. Un nervosismo che si trasmette anche a San Siro: il passaggio sbagliato di Barella intorno al 18', la sponda mancata di Thuram e subito partono i mormorii, quasi dimenticando che il vantaggio in classifica resta enorme, o comunque vicino alla doppia cifra.

Chivu non ha convinto nemmeno con i cambi. L'uscita di Esposito invece di Thuram per inserire Bonny ha lasciato perplessi, così come Luis Henrique a sinistra al posto di Dimarco o il solito ingresso quasi evanescente di Frattesi per Barella, che sull'1-0 avrebbe garantito più equilibrio. È il peso di una stagione lunga, soprattutto per chi non ha ancora completato una vera annata da allenatore tra i professionisti.

Eppure, bisogna rendere merito anche all'Atalanta. Reduce da una serata di Champions pesante dal punto di vista fisico e mentale, la squadra di Palladino ha chiuso in crescendo, dimostrando ancora una volta la solidità del suo telaio.

Il Milan si ferma a Roma, il Napoli resta in agguato

A sbiadire sul più bello è invece il Milan. A Roma arriva la terza sconfitta, la seconda senza Adrien Rabiot, assente anche nell'1-1 contro il Como. Al suo posto Jashari, apparso timido e lontano anni luce per carisma e presenza fisica.

La Lazio, per una sera, ritrova i suoi tifosi prima della ripresa dello sciopero annunciato. Ritrova anche il senso del proprio campionato: emozionarsi, battere una grande, giocare per la maglia. Tutte cose che i cinici liquidano con una risata, ma che forse restano l'essenza del calcio.

Il Milan invece mostra ancora i limiti che hanno accompagnato tutta la stagione: poca personalità e scarsa attenzione. Allegri ha ammesso che non ricordava un primo tempo con così tanti contropiedi subiti. Vero, ma la domanda sul perché andrebbe rivolta proprio a lui.

I biancocelesti hanno fatto la loro partita tipica contro le big: blocco basso e verticalizzazioni improvvise per le sue frecce, da Tavares a Isaksen. Ed è proprio il danese, al secondo o terzo tentativo, a sfruttare il vuoto lasciato da Estupinan per battere Maignan sul secondo palo.

Il piano rossonero probabilmente era arrivare allo 0-0 fino al sessantesimo per poi accelerare con le "marce alte". Il gol laziale manda tutto all'aria. Allegri cambia sistema più volte, inserisce Bartesaghi e Athekame nella difesa a quattro, ruota attaccanti ed esterni, ma senza trovare ordine. Anche perché l'altro grande problema resta l'attacco: tre gol nelle ultime quattro partite, due dei quali segnati da difensori come Pavlovic ed Estupinan.

Nel finale il Milan attacca in maniera confusa: tanti corner, qualche uscita coraggiosa del secondo portiere Motta, un gol annullato ad Athekame per mano e la scenata di Leao al momento del cambio. Un episodio che promette strascichi, anche perché il portoghese è stato tra i peggiori e persino ignorato dai compagni, con Tare che lo rimprovera dalla tribuna. Altro che scudetto: il Milan dovrebbe forse guardarsi dietro, considerando il pragmatismo di Como e Juventus che potrebbe alzare la quota Champions oltre i tradizionali 75 punti.

Intanto il Napoli resta in agguato. A -9, con solo tre punti in meno rispetto alla scorsa stagione scudetto, chiusa a 82 punti. Vincendo le ultime nove arriverebbe a 86: ipotesi estrema, certo, ma sufficiente per alimentare qualche sogno.

Anche contro il Lecce la squadra di Conte non ha incantato. Primo tempo regalato, poi però capacità di soffrire e qualità che prima o poi emergono. È bastato un De Bruyne a ritmo controllato per dare ordine alla manovra e alla fine è arrivato persino il gol di Politano, uno dei simboli del contismo. A Napoli qualcuno già discute del terzo anno di Don Antonio, ma forse sarebbe più prudente aspettare almeno un paio di giornate prima di archiviare la stagione.

Il Como non è mai stato una favola: sorpasso alla Roma e sogno Champions

Al quarto posto, da solo, c'è il Como. Non era mai successo così avanti nel girone di ritorno. La vittoria in rimonta sulla Roma (2-1) è meritata fin dall'inizio, come suggeriscono anche gli expected goals: 2.22 contro 0.86, ma soprattutto 22 tiri a 3 e sette nello specchio contro uno.

E pensare che la partita si era messa subito male: dopo cinque minuti un errore in uscita regala un rigore alla Roma, con Diego Carlos che travolge El Shaarawy e Malen glaciale dal dischetto. Il Como però non si scompone. Anzi, dimostra una maturità sorprendente per una squadra piena di ventunenni e ventitreenni, anche se Fabregas aveva scelto di partire con due veterani come Diego Carlos e Sergi Roberto.

Calcio totale, si sarebbe detto una volta: difensori che attaccano e attaccanti che difendono. La Roma invece può solo adattarsi, costruendo un catenaccio quasi ranieriano e aggrappandosi alle parate di Svilar. Il portiere giallorosso è strepitoso soprattutto su Nico Paz, che continua a illuminare il gioco pur sbagliando qualcosa di troppo sotto porta.

La Roma però resta un fiammifero piccolo: si spegne quando calano i suoi uomini migliori, soprattutto Malen, unico vero lampo di qualità offensiva. E si spegne definitivamente con l'espulsione di Wesley per un secondo giallo inesistente, episodio che condiziona il finale. Ma a dire il vero il Como stava già dominando da prima.

Negli ultimi venti metri la squadra di Fabregas schiaccia la Roma e trova il gol con Diego Carlos, un simbolo perfetto della trasformazione del Como. Non è più la squadra simpatica e un po' naïf che stupiva all'inizio: ora è un'aspirante grande. Una squadra che sa soffrire, picchiare quando serve, ma senza smettere di giocare bene.

E con una panchina che fa impressione: Diao, Perrone, Douvikas, Jesus Rodriguez. In questo momento non li ha neanche l'Inter. Il Como può persino permettersi di immaginare partite senza Nico Paz. La Juventus invece, come si è visto a Udine, resta ancora ostinatamente dipendente da Kenan Yildiz.

- Nicolò Mencarini


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