Il regime degli ayatollah nella morsa di proteste popolari e crisi economica, l'Occidente preferisce non guardare
"Mettiamoci una decima sopra..."
«Ma lei si dichiara antifascista?»
Un ritornello a tratti fastidioso sembra racchiudere l'intero dibattito politico nazionale in un interrogativo al tempo stesso breve e implacabilmente ricorrente.
E in una congiuntura temporale in cui ci si dovrebbe interrogare sulla precarietà degli equilibri internazionali e sull'instabilità del futuro continentale, la politica italiana si dimostra impotente dinnanzi al nero scoglio che continua a tormentare la serenità di una già poco pimpante democrazia.
Il ricordo del passato.
Un ineluttabile mastodonte impossibile da ignorare, una ferita difficile da lenire e uno scenario da non ripetere.
E se da un lato risulta evidente come l'esasperata ed esasperante polarizzazione del dibattito abbia come unica e naturale conseguenza l'ulteriore frammentazione di un sistema già in deficit consensuale, come ampiamente dimostrato dai recenti dati sull'affluenza elettorale, d'altro canto è innegabile che le immagini rese note dall'inchiesta condotta da Fanpage sugli ambienti della destra nazionale rappresentino una sconfitta per l'intero paese e per la dignità delle istituzioni.
Quanto mostrato dal lavoro d'indagine dei cronisti della suddetta testata indipendente fornisce un ottimo strumento per analizzare come il processo di istituzionalizzazione di un partito erede della tradizione neofascista debba rapportarsi con code di legittimismo e nostalgia ancora vive e presenti nelle organizzazioni giovanili di riferimento, vivaio della classe dirigente futura.
Saluti gladiatori, canti camerateschi e riferimenti al movimentismo eversivo di matrice nera non possono essere tollerati da un assetto istituzionale costruito sulle macerie della ventennale esperienza dittatoriale e faticosamente concepito dallo sforzo e dal sacrificio di personalità che contro il fascismo hanno lungamente combattuto.
Ma gravità ancora maggiore del mero braccio teso o del "Me ne frego!", esternazioni idonee a rappresentare ben modesto pericolo, assumono il silenzio e l'immobilismo dei vertici partitici, apparentemente non intenzionati a scrollarsi di dosso un alone oscuro venato di anacronismo.
Il conservatorismo ostentato, il patriottismo motivo di vanto, principi su cui orgogliosamente si fonda quella che ad oggi è la prima forza politica italiana, fanno da schermo a quanto si cela nell'imperscrutabilità delle viscere.

La facciata benevola e la vocazione sociale di Fratelli d'Italia, cui va peraltro riconosciuto il merito d'essere entrato a pieno titolo nel circuito democratico, coesistono pericolosamente con una tendenza al radicalismo che spesso sfocia nel revisionismo storico, nella giustificazione e nella mitizzazione del fascismo.
Al di là del credo politico individuale, è opportuno che la destra dimostri di poter e voler essere altro rispetto al figlio bislacco o al modesto surrogato di un qualcosa già vinto dal corso degli eventi.
È necessario che, anche in omaggio al ruolo pivotale che Fratelli d'Italia attualmente ricopre, la classe dirigente abbia il coraggio di prendere posizione nei confronti dell'ala interna più intransigente e intollerante.
È giusto che all'elettorato non sia celata l'anima di un partito che troppo di frequente nasconde parte della propria natura dietro un volto di rispettabilità e decoro.
Perché la destra non può essere il Duce, la Repubblica Sociale Italiana, il fascio littorio, il mito della Roma imperiale e la croce celtica.
È questo il tempo di fare i conti con la propria identità. Quella stessa identità elogiata e glorificata e al tempo stesso occultata e segreta.
"Magari sarebbe ora de mettece 'na decima sopra..."
-Francesco De Paolis
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