Il regime degli ayatollah nella morsa di proteste popolari e crisi economica, l'Occidente preferisce non guardare
Mai più una Nāṣiriya, non si può dimenticare chi ha dato tutto per la Patria
C'è un giorno che rimane inciso nella memoria collettiva del nostro Paese. È il 12 novembre 2003, quando a Nāṣiriya, nel sud dell'Iraq, un attentato terroristico colpì il contingente italiano impegnato nella missione di pace "Antica Babilonia". In pochi istanti, una violenta esplosione cancellò vite, sogni e certezze, lasciando dietro di sé un silenzio assordante e un dolore che ancora oggi, a distanza di più di vent'anni, continua a farsi sentire.
Quella mattina, alle 8:40 ora locale (le 9:40 in Italia), un camion cisterna imbottito di esplosivo si lanciò contro la base "Maestrale" dei Carabinieri italiani. L'impatto provocò una deflagrazione devastante: la palazzina che ospitava il comando del contingente venne distrutta quasi completamente. Le fiamme si levarono alte, le auto furono scaraventate a decine di metri, e per lunghi minuti si udì soltanto il fragore del fuoco e le urla di chi cercava sopravvissuti.
Il bilancio fu tragico persero la vita 19 italiani, tra militari e civili. Fu la giornata più buia per l'Italia militare dalla fine della Seconda guerra mondiale. I nomi di quei caduti sono incisi nel marmo, ma soprattutto nel cuore di chi, allora come oggi, sceglie di non dimenticare.

La missione "Antica Babilonia" e il contesto iracheno
Per capire fino in fondo il significato di quella tragedia, bisogna tornare al 2003, pochi mesi dopo l'invasione dell'Iraq e la caduta del regime di Saddam Hussein. In un Paese devastato dalla guerra e dal caos, le Nazioni Unite e la coalizione internazionale promossero una serie di missioni per ristabilire l'ordine e aiutare la popolazione civile.
L'Italia rispose con la missione "Antica Babilonia", un'operazione di peacekeeping che vedeva impegnati circa 3.000 militari, tra Esercito, Carabinieri e personale civile, dislocati nella regione di Dhi Qar, con base principale proprio a Nāṣiriya.
Gli obiettivi erano diversi tra i quali garantire la sicurezza, sostenere la ricostruzione delle infrastrutture, fornire assistenza umanitaria e contribuire alla formazione delle forze di polizia locali. I militari italiani erano benvoluti da gran parte della popolazione: non si muovevano come invasori, ma come uomini e donne di pace, impegnati nel dialogo e nel sostegno alle comunità.
Tuttavia, l'Iraq di allora era un Paese attraversato da tensioni e insidie. Gruppi terroristici, cellule jihadiste e milizie ostili alla presenza occidentale vedevano nelle forze di pace un obiettivo da colpire per destabilizzare la fragile ricostruzione. E così, la città che per mesi era stata considerata relativamente tranquilla, divenne teatro di un attentato tanto improvviso quanto sanguinoso.

La strage
La mattina del 12 novembre iniziò come tante altre per i militari italiani di stanza a Nāṣiriya. Nella base "Maestrale", che ospitava il Reggimento MSU (Multinational Specialized Unit) dei Carabinieri, le attività si svolgevano regolarmente. C'era chi scriveva un rapporto, chi parlava via radio, chi sorseggiava un caffè prima di iniziare il turno.
Poi, alle 8:40, un camion cisterna si avvicinò al cancello principale. Alla guida c'erano due kamikaze, che non si fermarono al posto di blocco. I militari di guardia tentarono di reagire, sparando per fermare il veicolo, ma non ci fu tempo, il camion esplose contro l'edificio.
L'esplosione fu di una violenza inaudita. Il boato si udì a chilometri di distanza. Le strutture cedettero all'istante, e l'onda d'urto travolse tutto. Una nuvola di fumo nero avvolse la base e la città.
In pochi minuti, gli altri militari accorsero per soccorrere i feriti. Molti di loro, pur sconvolti, scavarono a mani nude tra le macerie. Le immagini trasmesse poi in Italia mostrarono l'entità della devastazione con la palazzina ridotta a un cumulo di rovine, con i veicoli bruciati e con il tricolore coperto di polvere.
Tra le vittime, 12 Carabinieri, 5 soldati dell'Esercito e 2 civili, il regista Stefano Rolla e il cooperante Marco Beci. Morirono mentre facevano il loro dovere, lontani da casa, in una missione di pace. Molti di loro avevano poco più di trent'anni.
L'attentato di Nāṣiriya non fu un atto di guerra, ma un atto di codardia perchè colpire chi portava aiuto, chi costruiva ponti di pace, è la negazione stessa dell'umanità.

L'Italia si ferma
La notizia dell'attentato giunse in Italia in pochi minuti. Le prime immagini trasmesse dai telegiornali lasciarono il Paese attonito. Le bandiere furono esposte a mezz'asta, il Parlamento sospese i lavori, e in ogni città si celebrarono veglie e cerimonie di preghiera.
Il 16 novembre 2003, nella Basilica di San Paolo fuori le Mura a Roma, si tennero i funerali di Stato. Il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, il governo, le massime autorità civili e militari, ma soprattutto le famiglie, erano presenti in un silenzio carico di commozione. Il feretro di ciascun caduto, avvolto nel tricolore, passò tra due ali di folla che applaudivano in segno di gratitudine e rispetto.
Quelle immagini rimasero impresse nella memoria di un'intera generazione. Gli occhi lucidi dei commilitoni, le madri che accarezzavano le bare, i saluti militari che suonavano come promesse di memoria.

Il significato del sacrificio
La strage di Nāṣiriya non fu soltanto una tragedia militare. Fu un attacco al simbolo dell'impegno italiano per la pace, un colpo inferto a chi, in un contesto di guerra e caos, cercava di restituire dignità e sicurezza a un popolo provato.
Molti, allora, si chiesero se valesse la pena rischiare la vita in una missione così lontana. Ma le risposte arrivarono dal comportamento dei colleghi delle vittime, che continuarono la missione con coraggio e disciplina, e dalle parole di chi, nelle settimane successive, scelse di ricordare non la violenza, ma il valore del servizio reso.
Il 12 novembre divenne così Giornata del ricordo dei caduti di Nāṣiriya e di tutte le missioni internazionali di pace. Ogni anno, in questa data, l'Italia si ferma per rendere omaggio ai suoi servitori, ai militari e civili che hanno sacrificato la vita per un ideale più grande.

Memoria e responsabilità
Ricordare Nāṣiriya non significa soltanto piangere i caduti. Significa anche interrogarsi sul senso della presenza italiana nel mondo, sul valore delle missioni di pace e sul significato del servizio.
Oggi, a più di vent'anni da quel giorno, le guerre non sono scomparse, ma cambiate. Gli scenari internazionali restano instabili, e i nostri militari continuano a operare in contesti difficili, spesso lontani dai riflettori. Nāṣiriya ci ricorda che dietro ogni uniforme ci sono uomini e donne in carne e ossa, con famiglie, sogni e paure. Ci ricorda che la pace non è mai scontata, e che la libertà si difende anche con il coraggio silenzioso di chi sceglie di servire.
Nel silenzio ancora carico di dolore dell'alba del 14 ottobre 2025, tre uomini in divisa – il Luogotenente Carica Speciale Marco Piffari, il Carabiniere Scelto Davide Bernardello e il Brigadiere Capo Qualifica Speciale Valerio Daprà – sono caduti nell'adempimento del loro dovere, travolti dall'esplosione di un casolare a Castel d'Azzano (VR), durante un'operazione di polizia nel corso della quale un'abitazione era stata saturata di gas e materiale esplosivo.
Il loro sacrificio non è isolato: si inserisce in quel lungo elenco di donne e uomini delle forze dell'ordine che, con uniformi diversi ma identica dedizione, hanno dato la vita per la comunità. Ricordarli significa onorare non solo i loro nomi, ma anche il principio che la sicurezza collettiva e lo Stato di diritto meritano difensori pronti a ogni rischio. In questa memoria collettiva, i caduti non diventano solo cifre, ma simboli viventi di responsabilità, coraggio e senso del dovere.
NON VI DIMENTICHEREMO MAI
La strage di Nāṣiriya è una ferita ancora aperta, ma anche un patrimonio di memoria e consapevolezza. Ogni 12 novembre, il Paese torna idealmente in quella base irachena distrutta dal fuoco, per dire grazie a chi non è tornato, per stringersi attorno alle famiglie e per ribadire che nessun sacrificio compiuto in nome della pace sarà mai dimenticato.
Nel silenzio di quella mattina, tra la polvere e il dolore, si è levato un messaggio che ancora oggi attraversa il tempo:
l'Italia non dimentica i suoi figli, e non dimentica Nāṣiriya.
- Luca Cianci
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