Iran sull'orlo del baratro: rivolte, silenzi e ipocrisia

16.01.2026

Il regime degli ayatollah nella morsa di proteste popolari e crisi economica, l'Occidente preferisce non guardare

Il 2026 è iniziato con non poche sorprese, se non addirittura scandali, che hanno destato l'attenzione dell'opinione pubblica internazionale: dall'arresto di Maduro (leggi qui) all'omicidio di Minneapolis, passando per le proteste in Siria, Yemen e soprattutto Iran. Le poche notizie che trapelano sono spaventose, mentre nei media il silenzio sembra essere più sicuro di un'esplicita condanna

Ma perché si parla troppo poco di quanto sta succedendo in Iran? Siamo ancora scossi per Maduro o per quanto visto a Gaza e non abbiamo più tempo per indignarci per riflettere su nient'altro? Forse l'Iran risveglia in qualche modo le contraddizioni di una sinistra portatrice di un profondo senso di colpa occidentale che infesta qualunque tipo di narrazione o riflessione di carattere civico-valoriale. Per alcuni rappresentava un'importante resistenza a quell'occidentocrazia filo-americana che cerca di privare i popoli della propria autodeterminazione. Certo, l'atteggiamento americano – non solo per quanto riguarda l'Iran ma nella gestione della politica estera in generale – è ampiamente discutibile, ma ciò non deve portare a banalizzare la realtà, a condividere valori folli e liberticidi.

Le pochissime immagini provenienti da Teheran, Mashhad, Isfahan e Yazd parlano meglio di ogni qualunque valutazione, e mentre in questi anni la sinistra si è indignata per i pronomi tessendo talvolta le lodi di un regime islamofascista (perché gli unici veri fascisti siamo sempre e solo noi occidentali), quest'ultimo ha ucciso donne per dei capelli fuori posto, impiccato omosessuali alle gru e ora spara ad altezza d'uomo a giovanissimi protestanti.

Contesto storico e proteste

Senza eccessive digressioni che ci porterebbero alla rivoluzione del '79, quando lo Scià Reza Pahlavi venne deposto in favore di un regime fondamentalista religioso capeggiato dall'ayatollah Khomeini, la tensione recente in Iran nasce da anni di sanzioni e malgoverno. Dal 2018 le sanzioni degli USA isolano l'Iran e condannano l'export dai circuiti finanziari globali. La guerra con Israele a metà 2025 ha aggravato ulteriormente la situazione. Inoltre dall'autunno 2025 l'Iran ha rotto definitivamente con l'IAEA (International Atomic Energy Agency), fatto che ha portato al ripristino di ulteriori sanzioni revocate con l'accordo sul nucleare, ma anche al congelamento di beni iraniani all'estero. A ciò si aggiunge una mala gestione interna mentre il Mossad su X istiga in farsi il popolo iraniano a scendere in piazza (post poi cancellato).

Il 29 e 30 dicembre le principali città iraniane sono state teatro di rivolte. Certo non le prime dalla nascita del regime, ma forse queste qualcosa di diverso lo hanno. Purtroppo il regime sta facendo il possibile per limitare le informazioni, ma le segnalazioni parlano di rivolte in tutto il paese. Sicuramente l'inflazione schizzata alle stelle è un ottimo catalizzatore dell'insoddisfazione della popolazione (il cambio è arrivato a 1,42 milioni di rial per dollaro americano), ma non si tratta solo di un aspetto economico.

Gli slogan suggeriscono che la popolazione voglia prendere le distanze dal governo iraniano. Si sentono inneggiare antichi slogan che inneggiano alla libertà, la statua di Soleimani viene incendiata e i simboli del regime vengono distrutti. Addirittura si risentono cori che recitano "non sacrificherò la mia vita per Gaza o per il Libano, ma soltanto per l'Iran", dove si condensa la distanza della popolazione dall'interventismo del proprio paese in politica estera. Mentre infatti l'Iran è in gravissima crisi economica, non si smette di finanziare e inviare armi ad Hamas o Hezbollah.

È importante sottolineare a questo proposito che le proteste non sembrano essere organiche e addirittura confuse: semplicemente si svolgono per diversi motivi e sembrano avere idee politiche non ben definite. Alcuni addirittura invocano il ritorno della monarchia Pahlavi e i media occidentali furbescamente ci proiettano principalmente immagini dove le bandiere della repubblica islamica vengono bruciate e sostituite con quella monarchica.

La reazione di Teheran è formalmente morbida, praticamente durissima. Se infatti il presidente Pezeshkian dice di capire le motivazioni dei rivoltosi e di volerli ascoltare pacificamente, il numero dei morti e degli arrestati però cresce brutalmente e, soprattutto, non sembrano esserci commenti da parte della componente più radicale e presa di mira dalle rivolte, che si riunisce sotto la figura dell'ayatollah Khamenei. Trump ovviamente aggiunge carne al fuoco promettendo un eventuale intervento a sostegno della popolazione. Inoltre non ci si può non chiedere se, in questi moti rivoltosi, ci siano ingerenze esterne o meno. Sembrano infatti suggerirlo gli account X israeliani e statunitensi di sponda repubblicana, che parlano di agenti del Mossad infiltrati e pronti a sostenere i manifestanti. Forse solamente un bluff ma che ci attesta che Ia vicenda su molti aspetti continua – e probabilmente continuerà – a rimanere oscura. Quel che è certo è che l'impero iraniano è in forte difficoltà.

Tra orgoglio nazionale e odio anti-occidentale

Prima di lasciarci andare a fantasie su una rivoluzione liberal-democratica in stile europeo, è necessario fare un passo indietro e capire con chi abbiamo davvero a che fare. L'Iran non è un paese arabo, questa è già una distinzione fondamentale che sfugge a molti commentatori occidentali. È un paese persiano, con una storia millenaria che affonda le radici nell'impero achemenide, con una lingua propria (il farsi) e un'identità culturale fortissima che precede di secoli l'arrivo dell'Islam. Questa fierezza nazionale è il collante su cui il regime degli ayatollah ha costruito il proprio consenso.

Ed è qui che c'è l'intoppo: credere che gli iraniani stiano protestando per gli stessi motivi per cui protesterebbe un cittadino europeo è un errore madornale. L'Iran è uno stato profondamente anti-occidentale, e questo sentimento non è solo propaganda di regime ma è radicato in decenni di interferenze straniere, dal colpo di stato orchestrato da Usa e Gran Bretagna nel 1953 contro Mossadegh, fino alle più recenti sanzioni che hanno strangolato l'economia. Il regime degli ayatollah, per quanto spietato, è rimasto al potere per quasi cinquant'anni non solo con i fucili, ma anche perché ha saputo cavalcare e alimentare questo risentimento. Nella mentalità iraniana le sanzioni sono un elemento di fiera contrapposizione al diktat occidentale, l'Iran post-rivoluzionario non si è mai basato sull'economia o sulla qualità della vita ma sulla gloriosa narrazione di un Impero.

La retorica del regime sotto questo punto di vista è sempre stata semplice ma efficace: l'Iran rappresenta l'ultimo baluardo contro il "Grande Satana", che vuole sottomettere la nazione persiana. Le continue sanzioni non fanno altro che attestare l'imperialismo occidentale, la resistenza all'arroganza non solo americana ma anche sionista. Una parte significativa della popolazione indubbiamente crede fermamente a tutto ciò, o quantomeno preferisce questa narrazione all'idea di tornare sotto l'influenza occidentale.

Va inoltre sottolineato che l'Iran è un paese incredibilmente giovane: più del 60% della popolazione ha meno di 35 anni. Questa generazione non ha conosciuto lo Scià, non ha vissuto la rivoluzione del '79, ed è cresciuta con internet e i social media. Le proteste di questi giorni – così come quelle del 2022 – attestano un'insoddisfazione crescente nelle generazioni più giovani, sempre più insofferenti verso il radicalismo religioso del Paese e bisognose di diritti. Questo non significa automaticamente che sognino democrazie liberali all'occidentale anzi spesso esibiscono simboli e slogan che lasciano pensare esattamene il contrario. Molti vogliono semplicemente respirare, avere qualche libertà in più, un'economia funzionante che non significa necessariamente abbracciare l'Occidente. Abbastanza esplicativo è l'episodio che nel 2017 vide moltissimi giovani radunarsi attorno alla tomba di Ciro il Grande in occasione del giorno in questo entrò a Babilonia. Il regime è da sempre diffidente verso le fonti culturali pre-islamiche e in questa circostanza ci furono attriti per cori anti-regime e fortemente nazionalisti dove il governo veniva accusato di avere atteggiamenti imperialisti anziché di preoccupazione sincera verso il popolo iraniano. Insomma, i giovani iraniani sono sì rivoluzionari d'animo, ma di una rivoluzione molto diversa rispetto a quella che noi abbiamo in mente.

Come può cadere il regime (e cosa potrebbe succedere dopo)

Esistono svariati scenari in cui il regime degli ayatollah potrebbe crollare e molto probabilmente nessuno di questi prevede una transizione democratica in stile Primavera Araba 2.0.

La prima ipotesi che mi sento di ideare è l'ipotesi di un golpe interno e cambio di guardia. In questo momenti abbastanza difficile, possibile solamente laddove la frattura tra potere politico e religioso divieneinsanabile. Un altro regime compatto, magari guidato dai Pasdaran (i Guardiani della Rivoluzione), riesce a prendere il potere mantenendo la distanza anti-occidentale e la fiera appartenenza nazionale ma cambiando dirigenza e allentando la narrazione religiosa più opprimente. Meno ayatollah, più nazionalismo persiano; meno polizia morale, ma stessa linea dura in politica estera. Un regime che cerca di ristabilire ordine, stabilità ed efficienza economica che il Paese sia venduto agli americani. Per molti iraniani, questo potrebbe essere accettabile e forse lo scenario più auspicabile.

Una seconda alternativa vedrebbe il collasso a seguito di un'umiliazione militare esterna. Se Israele e Stati Uniti riescono a fare indiretta pressione militare al Paese, il regime potrebbe cadere perché umiliato profondamente da un paese occidentale o alleato dell'Occidente e vedrebbe cadere così tutta l'impalcatura della sua propaganda. La recente crisi economica è in realtà già sintomo di questa debolezza: il conflitto con Israele e le sanzioni statunitensi ne ha scoperto tutte le fragilità. L'Iran ha speso decenni a costruire la sua immagine di potenza regionale, ma quando i droni israeliani colpiscono impunemente in territorio iraniano e l'economia è al collasso, la facciata crolla. Se il regime dovesse subire una sconfitta militare umiliante e la situazione economica non dovesse migliorare, il consenso interno potrebbe evaporare rapidamente. Ma anche qui, attenzione: chi prenderebbe il potere dopo? Molto probabilmente forze nazionaliste che prometterebbero vendetta e riscatto, non pacifisti filo-occidentali.

Un altro ipotetico crollo potrebbe essere indotto da un cambiamento radicale della mentalità del Paese. Senza dubbio lo scenario più improbabile nel breve-medio termine, ma l'unico che potrebbe portare a una vera trasformazione. Richiederebbe tuttavia una generazione intera che cresca rigettando completamente la retorica anti-occidentale, che veda nell'Occidente non un nemico ma un modello. Possibile? Forse tra molti anni, se ipotetiche graduali liberalizzazioni porteranno la popolazione iraniana ad un contatto disteso con i paesi occidentali. Ma anche qui bisogna essere realisti perché l'orgoglio nazionale persiano-imperiale è profondo, e difficilmente verrà sostituito da un'ammirazione acritica per i valori occidentali.



Cosa dobbiamo aspettarci

Se il regime degli ayatollah dovesse cadere – cosa difficile nel brevissimo periodo – verrà quasi certamente sostituito da un regime affine. Gli iraniani, nella loro stragrande maggioranza, sono anti-occidentali non per propaganda ma per storia vissuta e identità culturale.

Pensare che dopo quarant'anni di regime islamico l'Iran possa trasformarsi improvvisamente in una democrazia liberal-occidentale è pura fantasia da salotti europei. La popolazione iraniana non ama necessariamente il regime attuale, ma chi garantisce che il prossimo non sarà un governo fantoccio? Chi assicura che il paese non finirà come l'Iraq o la Libia? La memoria della rivoluzione del '79 contro lo Scià – percepito come un fantoccio occidentale – è ancora vivida nell'immaginario collettivo.

Quello che probabilmente vedremo, se le proteste dovessero avere successo, è un cambio di élite al potere: meno integralismo religioso, forse, ma stessa linea dura nazionalista. Meno hijab obbligatori, magari, ma stessa retorica anti-americana. Un Iran diverso, certo, ma non per questo necessariamente più vicino all'Occidente. E forse è proprio questa la verità che disturba tanto il silenzio imbarazzato della politica europea: non sappiamo come comportarci di fronte a un popolo che protesta per ragioni che non capiamo completamente, che vuole libertà ma non necessariamente alla nostra maniera, che rigetta un regime oppressivo ma non per abbracciare i nostri valori. Più facile guardare dall'altra parte e continuare a ripeterci le nostre comode narrazioni.

Per fare un'analisi seria su un paese come l'Iran è importante tentare di privarsi di alcuni pregiudizi che comprometterebbero la comprensione. Questo approccio critico, essenziale per capire davvero cosa sta succedendo, non deve però tramutarsi – come troppo spesso accade – in una sospensione totale di giudizio valoriale. L'Iran rappresenta uno stato nemico dei valori occidentali, è uno stato pericoloso che destabilizza la pace nel mondo e che, oltre che finanziare gruppi terroristi, esercita il proprio potere nel terrore, nella violenza, nella persecuzione e nella tortura.

Certamente, noi occidentali non siamo senza colpa, la nostra storia è piena di crimini e contraddizioni che continuano ancora oggi. Ma possiamo vantare una cultura secolarizzata, una tradizione di pensiero critico, una separazione tra stato e religione che non dobbiamo accantonare per senso di colpa ma rivendicare e continuare a migliorare. Non per superiorità etnica o razziale ma per la superiorità di principi regolativi della società e della cultura come vanno dalla libertà individuale ai principi cardine dello stato di diritto. Principi che vanno difesi senza vergogna e che possono farci esprimere senza vergogna a proposito di una cultura migliore e nettamente preferibile.

L'Iran va quindi criticato e contrastato, ma con intelligenza. Non con bombe o con cambi di regime imposti dall'esterno – abbiamo visto in Iraq, Libia o Afghanistan come finiscono queste avventure – ma con le armi della cultura, della diplomazia, del sostegno (non strumentale) a chi dentro l'Iran lotta per più libertà.

Questi giorni potrebbero essere l'inizio di un nuovo capitolo per la nazione iraniana, il punto di svolta per una distensione dei rapporti che potrebbe iniziare con il fare chiarezza sul programma nucleare e con una riduzione dell'interventismo regionale. Ma serve realismo: l'Iran rimarrà probabilmente unito attorno a una rivendicazione nazionale di indipendenza dall'Occidente, cosa che va rispettata. Quello che non va rispettato è un regime che opprime il proprio popolo, che finanzia il terrorismo, che minaccia la stabilità regionale. È proprio dalla comprensione della differenza tra rispetto per una nazione e condanna di un regime liberticida che si gioca il destino dell'Iran. Tra pochi giorni capiremo se questo accadrà o se, come ritengo più probabile, questa sarà soltanto l'ennesimo triste capitolo di una storia sanguinosa come quella del regime di Khamenei. Una storia che continua anche grazie al nostro comodo silenzio.

- Alessandro Marotta


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