I volti della destra statunitense dietro la presidenza Trump

24.11.2025

Nello scenario politico odierno, la destra è sempre più popolare e la tendenza elettorale delle principali nazioni occidentali sembra ammiccare sempre di più a partiti che propongono programmi elettorali nazionalisti e conservatori. Si veda, per esempio, la crescita che partiti come Afd, Rassemblement National, Partij voor de Vrijheid o Reform Uk (ex Brexit Party) hanno avuto in questi ultimi anni. Non è perciò assolutamente improprio affermare che nelle proposte dei partiti di destra, il discorso pubblico sta conoscendo un periodo di netta radicalizzazione. Dietro a ciò, però, non vi sono soltanto teorie razziste e populiste, ma anche tentativi di rifarsi a veri e propri paradigmi politici, economici e sociali.

Stiamo tornando indietro? Cosa c'è dietro la nuova destra? È solamente una forma rinnovata di fascismo?

Sarebbe troppo semplice liquidare così la questione. Più opportuno è invece osservare come la destra abbia cambiato volto in questi anni, capendo in che modo abbia ridefinito la propria identità e le proprie battaglie. A questo proposito è fondamentale notare come oramai moltissime delle tendenze politiche che viviamo, nascano e si sviluppino innanzitutto nel Nuovo Continente, che si presta ad essere un punto di vista privilegiato per osservare le tendenze politiche del mondo. Se storicamente il fascismo ha raccolto e ispirato i conservatori di mezza Europa, lo sviluppo della destra odierna ha in mente altre idee, altri modelli e un altro Paese.

Sono finiti da un pezzo i tempi di Almirante, Evola e Rauti, sono alla loro massima espressione quelli di Trump, Musk e Thiel.



Dalla destra sociale al neoliberismo

Gli anni '70 segnano la fine di un modo di pensare il rapporto tra Stato e società. Nella memoria storica rimane la celebre frase di Margaret Thatcher "Non esiste una cosa come la società. Esistono gli individui maschi e femmine, ed esistono le famiglie". Il premier britannico sintetizzava così il proprio programma elettorale, chiarendo che aveva tutte le intenzioni di proseguire la sua agenda politica opponendo alla potenza dello Stato, le forze dell'economia capitalistica, alla collettività, gli individui. Fu così dunque che proprio in Gran Bretagna, nel paese del welfare state, si imposero deregulation e ingenti privatizzazioni.

Sulla stessa linea d'onda, negli Stati Uniti, si concretizzò il Reaganomics, che significava diminuzione del carico tributario sui redditi medio-alti, intolleranza nei confronti dei diritti sindacali (celebre il licenziamento di 11.359 controllori di volo), aumento dei tassi d'interesse della FED dal 10% al 17%. Quest'ultima manovra, in particolare, significava una cosa ben precisa. Se infatti prestare e prendere a prestito diventava più difficile, le imprese trovarono più oneroso chiedere finanziamenti per investire, e i cittadini per consumare o comprare case.

La priorità non era più la piena occupazione, ma il controllo dell'inflazione tramite la disciplina monetaria.

Queste politiche, in parte, furono la risposta alla fine del gold dollar standard (1971), allo shock petrolifero (1973), e in più in generale alla crisi del sistema keynesiano che cominciava a mostrare segni di debolezza. La crescita che aveva segnato l'economia occidentale dalla fine della guerra, era terminata.

In Italia, la trasformazione fu più lenta. La tradizione della destra postbellica e neofascista si raccolse attorno al Movimento Sociale Italiano dove a lungo prevalse un sentimento nostalgico ancorato ad una concezione dello Stato autoritaria, che si proponeva di continuare idealmente l'esperienza interrotta con la caduta di Salò. Nonostante all'interno dello stesso MSI sorgessero anche correnti più riformiste e liberali, solamente la crisi della Prima Repubblica e la fine dei partiti di massa, aprì lo spazio per un mutamento profondo nel mondo della destra italiana. Silvio Berlusconi interpretò quel passaggio, traducendo in chiave italiana la logica neoliberale. Alla centralità dello Stato fu favorita quella dell'impresa, del successo personale e della libertà economica. La nazione non era più una comunità di destino, ma il luogo dove l'individuo poteva affermarsi grazie al mercato e alla competizione. La destra italiana iniziava ad abbandonare la retorica sociale e comunitaria delle origini, per assumere la lingua del profitto, dell'efficienza e dell'individualismo. Un cambio di paradigma che determinò anche per l'Italia, l'ingresso nel neoliberismo.



Fuori dallo Stato: anarco-capitalismo e cultura western

Negli USA l'avvento del neoliberismo ha portato alcuni pensatori a spingere alle estreme conseguenze i principi del libero mercato, fino ad arrivare a concepire un modello politico nel quale il potere statale potesse essere ridotto al minimo, se non addirittura cancellato. Sviluppando al massimo le potenzialità del capitalismo, infatti, lo Stato più che come risorsa, si configura come una presenza scomoda di cui sarebbe meglio fare a meno. In questo senso, l'esito finale è anarchico, in quanto mira ad eliminare la presenza statale, ma al contempo capitalista, poiché si distingue dalle forme collettiviste o marxiste di anarchismo e cerca di realizzare pienamente i principi del libero mercato.

Nati ed evolutasi quasi esclusivamente nel contesto teorico statunitense, i presupposti filosofici dell'anarco-capitalismo poggiano spesso sull'oggettivismo di Ayn Rand o su interpretazioni radicali degli scritti di John Locke, Adam Smith e addirittura Immanuel Kant, dei quali si tende a risaltare soprattutto la giustificazione rispetto ad una distribuzione diseguale delle ricchezze. L'idea anarco-capitalista spesso riprende il modello dell'Old West, rilanciandone le valenze positive e rinnegando la visione di una società barbara vinta dalla civiltà. La società di frontiera americana viene assunta quale modello di società ideale, basata sulla sacralità delle libertà negative, della proprietà privata e sui principi del libero mercato.

In tal senso, è molto interessante capire le implicazioni culturalmente tramandate dalla cultura western e da un certo modo, tipicamente statunitense, di concepire il rapporto tra Stato e individuo. Questa storia mitica e culturale con cui gli Stati Uniti hanno costruito la loro stessa immagine, viene infatti raccolta dalla tradizione libertaria, che afferma l'esigenza di promuovere i bisogni individuali tramite exit piuttosto che tramite voice.

La soluzione di defezione (exit), anziché manifestare il proprio malcontento al fine di ottenere una risoluzione dei problemi ravvisati, prevede di abbandonare l'organizzazione di appartenenza, cercando possibilità di maggiore gradimento in organizzazioni/società terze, anziché cercare una risoluzione attraverso forme di protesta (voice).

Nel mito del West, e nei dispositivi simbolici e culturali da esso attivati, si può rintracciare una delle forme privilegiate attraverso cui l'America ha elaborato la propria rappresentazione di sé. Tale immaginario lo si ritrova nella tradizione politica libertaria, che ribadisce la scelta di fuga dallo stato al fine di consolidare una peculiare declinazione della risposta all'insoddisfazione politica. L'esperienza mitizzata della frontiera ottocentesca, ha finito per strutturare un modello in cui l'abbandono di un contesto percepito come oppressivo o inefficace, diventa non solo una strategia possibile, ma anche un gesto fondativo volto a salvare la propria libertà.

Esiste, dunque, una certa predilezione radicata nella cultura western e nel mito della frontiera, verso la scelta dell'opzione exit. Essa affonda le radici in una concezione sacrale della propria individualità, la quale non può che essere insofferente nei confronti delle costrizioni imposte da un potere esterno e che dunque è destinata a vivere un profondo divario tra valori individuali e legge. È perciò alla luce di questa tradizione, che si struttura l'attrito tra la coscienza morale del singolo e lo Stato e che determina lo strutturarsi di una questione politica – oltre che nei termini della tensione tra autorità e autonomia individuale – tra ciò che la legge impone e la volontà dell'individuo di plasmare da sé la propria esistenza.

In questo senso, è possibile considerare gli outlaws come interpreti di un vero e proprio paradigma politico: la loro vita fuori-dalla-legge – e la conseguente attivazione dell'opzione exit – sono il riflesso di una più ampia cultura che segna la storia degli Stati Uniti dalla loro nascita fino ad oggi. Questa cultura ritorna nella visione anarco-capitalista dello Stato, oltre che in un modo tradizionalmente individualista di concepire la relazione con la legge. Forse per questo Jesse James, Billy the Kid e Butch Cassidy sono diventati simboli viventi di un'era e le loro tombe sono ancora oggi oggetto di pellegrinaggio e culto. Le vite di questi anti-eroi rappresentano un più ampio ideale di libertà individuale e di elaborazione di sé, che conosce il prevalere della libertà individuale a quelle dell'organizzazione sociale della comunità.

Nella visione anarco-capitalista, non a caso, lo stato socialmente concepito non esiste e la legge è soltanto un contratto tra individui di cui il garante non è la costituzione, ma un corpo di polizia organizzato tramite private agenzie di sorveglianza. Le tasse non possiedono alcuna ragion d'essere non essendoci servizi pubblici da dover garantire e vengono generalmente definite come rapine legalizzate.



Donald Trump: un fuorilegge libertario

Ma cosa c'entra tutto questo con Trump? L'anarco-capitalismo e il minarchismo sembrano, infatti, forme di libertarismo lontane da quelle conservatrici e autoritarie del tycoon. Tuttavia, per certi aspetti, queste visioni del mondo sembrano convergere: se il populismo fornisce la sintassi emotiva del trumpismo, l'anarco-capitalismo ne fornisce la grammatica economica. Dunque solamente addentrandosi all'interno del pensiero anarco-capitalista e libertario, è possibile comprendere appieno il modello socio-economico che si articola dietro il "Drain the Swamp" trumpiano.
Il presidente degli Stati Uniti, pur non essendo completamente affine, strizza l'occhio alle correnti della destra libertaria, che a loro volta, per quanto non possano vedere in lui una completa incarnazione del proprio pensiero, possono comunque contare su politiche fiscali e sociali almeno parzialmente affini. Trump, inoltre, rappresenta perfettamente quella ripresa del mito del fuorilegge di cui si fa forte anche la tradizione libertaria.

Se gli outlaws, da sempre, sono sempre stati tanto esaltati dai loro sostenitori quanto condannati dalle autorità, non sono mai sopravvissuti nonostante la loro ribellione, ma grazie ad essa: più regole infrangevano, più la loro immagine acquistava forza e fascino.
Allo stesso modo Donald Trump sfrutta il medesimo meccanismo, per alimentare la sua immagine di superstite nazionalista, incarnando al contempo quella tensione western e libertaria volta alla ricerca di luoghi di autonomia e libertà. Insomma può essere considerato a tutti gli effetti un moderno fuorilegge.

Pur appartenendo all'élite economica, Trump è riuscito a presentarsi come un uomo del popolo, un perseguitato che combatte contro un sistema ostile e corrotto. Questo ruolo di "vittima eroica" gli ha permesso di conservare il sostegno dei suoi elettori anche di fronte a comportamenti che avrebbero distrutto altri leader politici: infedeltà, accuse di violenza sessuale, evasione fiscale, e minacce ai propri avversari.
Le incriminazioni penali che lo hanno riguardato – dal tentativo di ribaltare l'esito delle elezioni del 2020 alla gestione di documenti riservati – anziché scalfire hanno rafforzato la sua immagine di martire politico.

Pertanto,ciò che rende Trump unico rispetto ai fuorilegge del passato, è il fatto che egli ha realmente conquistato il potere ed aspira a mantenerlo. La sua figura, potrebbe finire per assumere proporzioni leggendarie, proprio come è accaduto per tutti i fuorilegge, molto più grandi nella memoria collettiva che nella realtà delle proprie azioni. Quel che è certo è che questo luogo tra storia e mito, legge e libertà, in cui Trump si è collocato, avrà inevitabili ripercussioni anche dopo che egli avrà annunciato la sua dipartita politica.

- Alessandro Marotta


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