I finti preti calano la maschera

19.02.2026

Il calcio è beffardo. Sembra caotico, casuale, a volte anche ingiusto. Non si assenta mai, tuttavia, quando c'è la possibilità di far venire i nodi al pettine. Dà sempre a tutti la possibilità di dimostrare di valere, o al contrario, di essere un falso. Giocatori che si confermano dopo mezza stagione di grande impatto, altri che vivacchiano in lidi esotici dai salari generosi, presidenti che vincono sporadicamente e altri che non c'arrivano manco vicini, allenatori che preferiscono il campo alle chiacchiere, allenatori che predicano.

 Inter-Juventus, come solo le grandi notti di calcio sanno fare, ha concesso ai protagonisti la possibilità di dimostrare. Alla Juventus di essere la squadra convincente delle precedenti settimane, all'Inter di Lautaro Martinez di saper vincere uno scontro diretto. Per i protagonisti, in generale, era la possibilità di avere i riflettori del mondo puntati su sé stessi, e di prenderseli almeno per una notte. In particolare, il calcio è beffardo perché le cose tornano sempre indietro

E non è certo colpa nostra se alla vigilia della gara, nella conferenza stampa di venerdì scorso, è stato proprio Christian Chivu ad insegnarci, con quel volto da uomo di sport che ne ha di lealtà da trasmettere, come non si debba discutere di arbitri, se poi non si è pronti a riconoscere quando gli errori pendano verso la propria sponda.

Non è colpa nostra se per tutta la stagione si è mostrato disinvolto, pacato e sorridente davanti alle telecamere, perché non ha nulla da nascondere o su cui tergiversare. Lui è come si presenta, e dice ciò che pensa.

Il calcio è beffardo perché 24 ore dopo l'affermazione del "voglio vedere un allenatore venire in conferenza a dire: ho avuto un episodio a favore, chiedo scusa", l'Inter vince contro la Juventus grazie soprattutto ad un'espulsione inventata dall'arbitro La Penna, ingannato da una dinamica apparentemente chiara e dalla scorrettezza (che non è furbizia) di Alessandro Bastoni.

Piccola parentesi: quello di Bastoni è un gesto antisportivo, che andrebbe punito dal direttore di gara; che non si parli tuttavia di esclusione dalla Nazionale, di lavori socialmente utili, di punizioni "educative". La morale in base alle magliette che s'indossano non farà mai parte di questo blog.

Tornando al derby d'Italia, e a Chivu: come ben detto durante Skycalcio Club da Fabio Caressa, il tecnico rumeno ha avuto un rigore a porta vuota. Bastava calciare centrale, a mezz'altezza, senza strafare: bastava dire ciò che lui stesso aveva dipinto come GIUSTO nelle ore antecedenti la gara.

Christian Chivu invece non ha riconosciuto la simulazione del proprio difensore, non ha chiesto scusa all'arbitro da parte della squadra, niente di tutto ciò: ha incolpato Pierre Kalulu. "Io ai miei giocatori insegno a non usare le mani", ha confessato nell'intervista post-gara. Il "vecchio" saggio, che per mesi ha ricevuto complimenti e onori per il suo modo sano di parlare, di vivere il calcio, di comunicare, è caduto nella dialettica più meschina dei nostri tempi: la colpevolizzazione della vittima, o come la cultura woke ci ha insegnato, il "victim blaming"

Il finto prete finalmente è uscito allo scoperto! Capite bene, nessuno segue il calcio per ricevere lezioni di morale, di comportamenti, di oratoria. Per quello, per chi crede, c'è la Chiesa. 

Il calcio è identità, passione, emozioni. La gente si affeziona ai personaggi, al netto della loro bravura, per ciò che rappresentano, per il modo in cui si muovono in questo mondo. In particolare, se sono persone vere o no. Sinisa Mihajlovic nel corso della sua carriera, da giocatore prima e da allenatore poi, si è permesso di mandare a quel paese chiunque. Il giorno della sua tragica scomparsa ogni singolo "vaffanculo" tirato era lì a ricordarlo ed a salutarlo.

Il giochismo antisportivo

L' episodio nella serata di ieri di San Siro (forse è lo stadio che porta a comportamenti sui generis) con protagonista Cesc Fabregas è un altro vaso di pandora che si scoperchia inesorabilmente. E noi, appassionati spettatori senza però la presunzione di decidere cosa sia bello e cosa no in questo sport (in termini tecnici e non comportamentali), non possiamo che goderne di una caduta di stile del genere.

Il tecnico scuola Barcellona, del giochismo, de "il risultato viene dopo la prestazione", ieri sera, preso forse dalla VOGLIA DI VINCERE (ma come, Fabregas?) dalla propria area tecnica ha strattonato Saelemakers. Un giocatore, durante la partita, è stato ostacolato da un allenatore nei pressi della linea laterale. L'avesse fatto Mourinho, si sarebbe parlato di un uomo finito, di un altro calcio, sporco, brutto e cattivo. L'avesse fatto l'altro allenatore della partita, Massimiliano Allegri, avrebbe passato la settimana a sentirsi dire di non essere del mestiere, ma un fortunato prestato al calcio. Il livornese se ne è stato buono in panchina, poi quando il fenomeno ha scelto di interrompere una potenziale ripartenza gli si è rivolto faccia a faccia, dicendogli: "Sei un bambino cogli**e che ha cominciato ora. Bisogna avere rispetto". Libido allo stato puro. Ah, Max è stato cacciato, Fabregas no. Così, per dire. Rimanga agli atti come interrompere il gioco sia meno grave che inveire contro l'allenatore avversario.

I due episodi ci mostrano come la favola del nuovo calcio, con allenatori giovani che innalzano il livello tecnico ma soprattutto morale del dibattito, sia in fin dei conti un preconcetto infondato. Questo sport è come la politica: corrompe tutti coloro che ne fanno parte. Dopodiché, si può scegliere di essere leali all'interno di questa cornice viziata, oppure di tenere comportamenti che arrapano gli intellettuali del pallone.

Quando però la realtà esce allo scoperto, quando le emozioni mettono a nudo l'ipocrisia, è appagante. Fabregas ha quantomeno chiesto scusa, Chivu ha dimostrato quello che è: un finto prete che predica bene e razzola male. Malissimo. 

- Matteo Fanelli


Il calcio è beffardo. Sembra caotico, casuale, a volte anche ingiusto. Non si assenta mai, tuttavia, quando c'è la possibilità di far venire i nodi al pettine. Dà sempre a tutti la possibilità di dimostrare di valere, o al contrario, di essere un falso. Giocatori che si confermano dopo mezza stagione di grande impatto, altri che vivacchiano in ...

La 23ª giornata di Serie A è stata una lezione collettiva su ciò che il calcio continua ostinatamente a essere: uno sport che ama tradire le sue stesse certezze. I numeri spiegano, ma non decidono; i principi orientano, ma non assolvono; le idee contano, ma poi arrivano gli episodi, gli errori, i rigori sbagliati e le polemiche fuori...