Al termine di una lunga preparazione, durata mesi, Stati Uniti e Israele hanno oggi attaccato congiuntamente l'Iran. L'operazione militare speciale è stata definita «preventiva», con il fine esplicito di evitare che il regime di Teheran potesse ultimare la messa a punto di armi atomiche. Sul nucleare, nelle settimane passate, si erano tenuti vari...
Deposto Maduro, sotto scacco gli equilibri mondiali
Quanto avvenuto nella notte di ieri non è una semplice prova di forza da parte degli Stati Uniti. E tantomeno può essere classificato come l'ennesimo tentativo di esportazione della democrazia da parte della libera America. La fine del regime di Nicolás Maduro causata dall'intervento militare della marina e dell'aviazione statunitense non è un episodio da circoscrivere al semplice cambio di leadership di un paese, il Venezuela, che come altri stati dell'America Latina è costantemente esposto al rischio di bruschi avvicendamenti, spesso per mano o con il benestare della Casa Bianca. Ciò che è accaduto ha a che fare con qualcosa di più grande ancora: una commistione di interessi economici, strategici e politici che hanno nuovamente mosso la mano di Washington.
Ma le conseguenze di una così drastica operazione potrebbero avere una portata difficilmente calcolabile.
Il quadro internazionale
Appresa la notizia della fine dell'era Maduro, in queste ore condotto negli States in attesa di processo, si sono mobilitati i maggiori alleati del fu leader socialista, nonché principali challenger globali del dominio a stelle e strisce. Russia, Iran e Cina hanno mostrato disappunto nel veder abbattuto uno dei pilastri fondamentali dell'asse bolivariano (Cuba-Venezuela-Nicaragua) la cui esperienza ventennale garantiva loro un prezioso alleato in chiave antistatunitense.
Tuttavia, a una condanna diplomatica dai toni tutto sommato contenuti, potrebbe presto fare da contraltare un rinnovamento delle tensioni tra Cina e Taiwan, che in queste ore sembrerebbe essere oggetto di più stringenti esercitazioni militari da parte del governo di Pechino. Sull'altro fronte, quello tra Russia e Ucraina, in assenza di un accordo di pace, che nonostante le promesse del Tycoon sembra essere tutt'altro che prossimo, la forzatura degli Stati Uniti in Venezuela potrebbe generare un raffreddamento del Cremlino, con posizioni ulteriormente irrigidite in merito alla spartizione territoriale da operare in caso di fine delle ostilità.
Ciò che è accaduto in Venezuela è il tentativo dell'egemone morente di riaffermare la propria autorità. Un canto del cigno, che tuttavia si inserisce in una cornice così drammaticamente instabile da poter rappresentare un pericoloso boomerang per i già compromessi equilibri globali.

Il futuro del Venezuela
Per quanto riguarda la successione al potere, il Venezuela, per ammissione dello stesso Trump, sarà governato dall'America per un periodo indefinito utile a favorire una transizione verso un regime democratico che si faccia garante del ripristino delle libertà fondamentali. Ulteriori dettagli non sono stati forniti: l'investitura della Machado, fresca premio Nobel per la Pace e leader dell'opposizione a Maduro non sembra essere nei piani di Washington, mentre la sovrintendenza temporanea della vice di Maduro, Delcy Rodriguez, ordinata dalla Corte suprema venezuelana, dovrà fare i conti con le esigenze della Casa Bianca e con un supporto dei settori militari che in fattispecie come questa non è mai da dare per scontato.
Per quanto riguarda i dossier della sicurezza e del narcotraffico, il futuro appare incerto. Se la motivazione addotta dagli Stati Uniti per giustificare un così grave intervento militare era la tutela della cittadinanza americana, colpita da fiumi di droga e crimine provenienti da Caracas, ci si attende una lotta ai cartelli che, almeno nell'immediato, non è semplice comprendere in che misura troverà riscontro nella prassi.
Una delle pochissime cose certe, emersa anche dalla conferenza stampa di Trump tenuta a Mar-a-Lago, è che gli Stati Uniti avranno accesso alle risorse petrolifere del sottosuolo venezuelano, il più ricco al mondo, così da rinforzare ulteriormente la propria competitività internazionale nel settore energetico.
Insomma, se alle questioni di carattere socio-politico si è data una risposta vaga e torbida, sul piano dell'economia si è adottato un pragmatismo neo-repubblicano che non deve stupire, vista la grande posta in palio.
I toni di Trump
Nella citata conferenza stampa di Mar-a-Lago, il Presidente degli Stati Uniti ha enfatizzato con acceso orgoglio e con grande spirito militarista l'efficenza delle forze armate americane, inviando un monito a tutti i competitor internazionali: "Abbiamo messo in campo una forza mai vista dalla Seconda Guerra mondiale [...]. L'esercito statunitense è l'esercito più forte e audace del pianeta, con capacità e competenze che sono senza pari".
Dichiarazioni simili non sono un semplice elogio dei militari coinvolti nell'operazione, condotta a onore del vero con grande efficienza. Sembrerebbero essere un ruggito di forza in una savana sempre più contesa e anarchica, l'ennesimo atto di un vecchio leone che non ha voglia di cedere il posto a nuovi contendenti.
Se tutto questo poi, possa portare qualche tipo di beneficio al popolo venezuelano è ancora da vedere. Ma in ogni caso, una simile eventualità non sembra essere prioritaria per nessuno, né per Washington né per l'opinione pubblica.
-Francesco De Paolis
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