Dall’utopia alla realtà. Il pensiero anarchico di Emmanuel Levinas
Il tentativo di pensare il possibile è destinato a perdersi nei vicoli ciechi dell'inconcretezza o può fungere da principio ideale per la nostra esistenza?
L'opera di Emmanuel Levinas rappresenta uno strappo nel tessuto della filosofia occidentale, tentando la difficile impresa di coniugare libertà e dipendenza, pace e guerra, realtà e utopia. In tal senso, l'intera sua produzione filosofica, può essere letta come un impegnativo tentativo di vedere nell'utopia un'evasione dalla tirannia della storia, rimandando all'irruzione di una responsabilità infinita nella nostra realtà quotidiana. L'utopia si ritrova così a significare la costitutiva e necessaria esigenza di pensare uno spazio nella storia al di là della storia, un ideale che ecceda la realtà ma non per questo meno concreto.
Levinas
(1906-1995) nasce a Kaunas, in Lituania, in una famiglia ebraica colta e
osservante. Si lega indissolubilmente alla Francia, dove si stabilisce nel
1923. Successivamente si forma a Friburgo sotto Edmund Husserl e Martin Heidegger; tra i suoi meriti quello di aver
introdotto la fenomenologia nel panorama filosofico francese, traducendo le
prime opere del maestro Husserl. La sua vita viene indubbiamente segnata dalla
Seconda Guerra Mondiale, naturalizzato francese, viene arruolato nell'esercito
e fatto prigioniero dai tedeschi nel 1940. Il suo statuto di soldato lo salva
dallo sterminio a cui andarono incontro i prigionieri ebrei nei campi di
concentramento; trascorre dunque cinque anni di prigionia in uno Stalag vicino
a Hannover, mentre la sua famiglia d'origine in Lituania viene sterminata nei
lager nazisti.
Questo trauma biografico impatta profondamente sul suo pensiero filosofico,
spingendolo a cercare una filosofia che
non si chiuda nell'astrazione ma risponda concretamente all'orrore della storia
attraverso l'etica. Nel dopoguerra, tra l'insegnamento universitario e la
direzione dell'École Normale Israélite Orientale, pubblica capolavori
come Totalità e Infinito (1961) e Altrimenti che essere o al di là
dell'essenza (1974), diventando uno dei massimi "pensatori della differenza".

Il pensiero: dall'ontologia all'etica
Il nucleo rivoluzionario del pensiero levinassiano consiste nel capovolgimento del primato tradizionale della filosofia occidentale. Contro una tradizione millenaria che ha fatto dell'ontologia – lo studio dell'essere in quanto essere – il fondamento del pensare filosofico, Levinas afferma il primato dell'etica sull'ontologia. Ciò vuol dire che contrariamente a quasi tutta la storia del pensiero filosofico, non è la comprensione teorica dell'essere a costituire la filosofia prima, ma la relazione concreta, asimmetrica e responsabile con l'Altro. La sua ricerca, forte degli strumenti della fenomenologia, mette quindi al centro l'alterità espressa dal volto (visage), non riducendolo alla sua apparenza fenomenica ma caratterizzandolo da una struttura che eccede l'usale modalità di esperienza e che si manifesta come epifania, ossia come rivelazione di un'alterità originaria irriducibile che mi interpella e che mi chiama ad una responsabilità.
Il volto comanda silenziosamente ma senza servirsi di una costrizione esterna. Il comandamento del volto è l'apertura ad una dimensione etica originaria che precede ogni scelta e ogni libertà costituita: mi influenza ma non mi necessita. È impossibile non sentire il richiamo del volto d'altri ma è possibile tuttavia non assecondarlo e arrivare al gesto estremo dell'uccisione. Forse è questo il tratto più saliente della scandalosa filosofia levinassiana. L'incontro con Altri, è originario ma è un caso, il comandamento non è dato da un essere superiore e può essere eluso; tuttavia ciò non vuol dire che non eserciti influenza su di me.
La filosofia occidentale, da Parmenide ad Heidegger, ha sempre cercato di ricondurre la molteplicità all'unità, l'altro al medesimo, il particolare all'universale dell'essere. Questo movimento di totalizzazione è ciò che Levinas chiama "Totalità": un sistema chiuso in cui ogni differenza viene assorbita, ogni alterità ridotta a momento dialettico di un'identità superiore. Contro questa tendenza, Levinas oppone l'infinito, quindi l'idea ripresa da Cartesio di un'eccedenza irriducibile che non può essere contenuta dal pensiero che la pensa e che sfugge ad ogni tentativo di totalizzazione. La relazione con l'Altro si caratterizza da una radicale asimmetria. Sono responsabile dell'altro prima ancora di ogni mio atto, prima della mia libertà stessa. Anzi è proprio il mio legame con l'Altro che costituisce la condizione di esistenza della mia libertà. Questa anteriorità della responsabilità rispetto alla libertà rovescia l'intera impalcatura della filosofia moderna, fondata sull'autonomia del soggetto. Per Levinas non siamo responsabili perché liberi ma piuttosto siamo liberi perché in origine responsabili.
La separazione dell'Io nella sua interiorità, nel suo godimento egoistico del mondo non è qualcosa da superare dialetticamente, ma la condizione stessa della relazione etica. Solo un essere veramente separato, egoista e "ateo" può essere chiamato alla responsabilità. Il rapporto con l'Altro non annulla questa separazione ma la presuppone. Si tratta di una relazione senza fusione, un legame che mantiene la distanza.
L'utopia come struttura del pensiero e dello Stato
Si può già intravedere come il concetto di utopia contraddistingua sensibilmente il pensiero di Levinas. Per utopia non si intende un progetto politico irrealizzabile o una città ideale da costruire nel futuro, ma una struttura costitutiva della relazione etica, il modo stesso in cui l'infinito irrompe nel finito senza essere da esso contenuto. L''utopia designa quella dimensione che eccede costantemente ogni ordine costituito, impedendo allo Stato e alle istituzioni di chiudersi in una totalità autosufficiente. Essa possiede almeno tre differenti sfumature.
L'utopia come evasione dall'essere
Innanzitutto l'utopia per Levinas è pensata in relazione all'ontologia. Già nel suo primo saggio De l'Évasion (1935), Levinas identifica nell'evasione una categoria filosofica cruciale. Non si tratta di fuga dal mondo o di un gesto nichilista, ma del gesto che rende possibile la critica ad una filosofia astratta e rigida. L'essere, nella sua neutralità e nella sua tendenza a costituirsi come totalità, può diventare oppressivo, violento. L'evasione è il movimento che apre uno spazio oltre l'essere verso una trascendenza che apre una "socialità utopica", come la chiama Levinas, un luogo in cui l'umano può manifestarsi al di là della logica totalizzante della storia.
L'utopia come decentramento dello Stato
A prova del fatto che Levinas non intende chiudersi nelle maglie di un pensiero astratto, egli pensa l'utopia primariamente come un concetto originale di pensare i rapporti interni allo Stato. Quest'ultimo non nascerebbe dalla limitazione della violenza originaria (Hobbes) né rappresenta il compimento della razionalità nella storia (Hegel) ma un'istituzione costitutivamente aperta all'alterità, uno squarcio al di là dello Stato nello Stato stesso. Attraverso la distinzione simbolica tra lo Stato di Cesare (Roma, sinonimo di legge e ordine politico) e lo Stato di Davide (Gerusalemme, luogo di responsabilità etica e apertura messianica), Levinas mostra come ogni ordine politico debba rimanere esposto ad un'istanza che lo trascende. Lo Stato è legittimo solo nella misura in cui conserva memoria della relazione etica originaria, solo se non si assolutizza ma rimane aperto alla critica profetica, alla voce che denuncia l'ingiustizia verso la vedova, l'orfano, lo straniero. Questa è l'anarchia levinassiana: non assenza di ordine, ma rifiuto di ogni fondamento ultimo, di ogni principio che si erga a totalità. Lo Stato è "an-archico" perché il suo fondamento non lo si ritrova in sé stesso ma nella relazione con l'Altro, in una responsabilità che precede ogni istituzione e ogni legge positiva.
L'utopia come pace escatologica
È chiaro che la pace utopica a cui aspira Levinas non è quella politica, frutto di calcolo strategico o di equilibrio di forze, ma una pace molto più radicale dagli accenti messianici, diversa dall'assenza di guerra. Questa pace assume la guerra come orizzonte sempre possibile, ombra costante che accompagna la relazione etica, senza voler negare il conflitto o compiere il tentativo di fondersi in un'armonia prestabilita. Tuttavia prima della guerra c'è la relazione di responsabilità, la violenza sopraggiunge solamente quando il Medesimo tenta di ridurre l'Altro a concetto, quando lo priva della sua alterità costitutiva, quando la totalità cerca di assorbire l'infinito. La pace non è dunque il risultato di un progresso storico, ma l'origine stessa da cui il procedere storico si allontana ma a cui può sempre ritornare. In tal senso è fortemente radicato al concetto di salvezza escatologica che però Levinas tenta di riscattare con gli strumenti della filosofia anziché con quelli della religione.

Utopia e politica oggi: quale rilevanza per il nostro tempo?
In un'epoca segnata dal bisogno di ritorno a populismi
e identitarismi di vario segno, il pensiero utopico di Levinas acquisisce una
pregnanza particolare. Non si tratta di opporre all'esistente un modello ideale
da realizzare, ma di mantenere aperta una dimensione critica che impedisca a
qualsiasi ordine di presentarsi come definitivo e assoluto.
È possibile trarre dalla filosofia di Levinas, riflessioni importanti per la
società di oggi. Viene subito da pensare
ad una critica profonda alla sedicente
neutralità tecnocratica. Se infatti gli Stati oggigiorno tendono a
presentarsi come ordini neutrali, tecnici, basati su procedure razionali e
impersonali, avverte Levinas, "ci sono lacrime che un funzionario non può
vedere: le lacrime d'Altri". La
perfezione burocratica, quando si erge a unica fonte di legittimità, diventa cieca alla sofferenza concreta.
L'utopia levinassiana ci ricorda che nessun sistema, per quanto razionale, può
sostituire la responsabilità soggettiva e il faccia-a-faccia con l'altro. Le
moderne forme di gestione del sociale, avvertiva già Levinas, rischiano di
riprodurre quella violenza ontologica da lui denunciata che logora l'umano
riducendolo ad un silenzioso dato. L'utopia
come resistenza etica diventa allora la capacità di mantenere uno spazio di
indeterminatezza ed eccedenza, di
una responsabilità personale capace di sfuggire alle logiche del calcolo.
L'utopia levinassiana, inoltre, nel suo radicale anti-hegelismo può fornire linfa alla riflessione geopolitica, invitando ad andare oltre l'illusione della fine della storia. Il crollo delle grandi narrazioni ideologiche del Novecento, infatti, ha prodotto una duplice tentazione. Da un lato, quella di proclamare la "fine della storia" e l'avvento di un ordine liberale definitivo (si pensi al celebre libro di Fukuyama); dall'altro, quella del ritorno a identità mitiche, a fondamenti assoluti (religiosi, etnici, nazionali) che si proponessero come nuove possibilità di "fine della storia". Insomma ancora oggi la tendenza della politica non è quella di eliminare il concetto di fine della storia ma quella di proclamarsi la legittima istituzione portatrice di tale opportunità. Sorge spontaneo chiedersi se questa tentazione possa essere effettivamente sfuggita nella logica delle grandi potenze. In ogni caso, è proprio questa dinamica che l'utopia levinassiana cerca di eludere.
Contro chi pensa che la storia sia finita, Levinas ricorda che l'infinito eccede sempre ogni ordine costituito, che la giustizia è originaria e al contempo un orizzonte venturo. Contro chi cerca rifugio in fondamenti assoluti, ricorda che ogni fondamento è sempre già messo in questione dalla presenza dell'Altro, che l'anarchia è la struttura stessa dell'etico: la storia è destinata a rimanere indeterminata.
L'utopia non si configura come una meta da raggiungere, come una struttura costitutiva all'esistenza ma come un lavoro incessante sull'umano. La responsabilità infinita verso l'Altro è un compito che non si esaurisce mai e che non può essere delegato a istituzioni o sistemi, per quanto giusti. Ciò non deve però condurre al quietismo o alla rassegnazione. Al contrario, l'impossibilità di un compimento definitivo è ciò che mantiene viva la tensione etica, che impedisce a qualsiasi ordine di fossilizzarsi. La "società fraterna" a cui aspira Levinas non è una società realizzata, ma una società che mantiene aperta la domanda sulla giustizia, che rimane esposta alla critica profetica, che tiene sempre aperto il margine per pensare ad un'utopia, senza raggiungerla, ma cercando di approssimarcisi.
In un mondo che oscilla tra cinismo disincantato e fervori identitari, tecnocrazia e comunitarismi, il pensiero di Levinas possiede un valore inestimabile. Non cerca la costruzione di un mondo perfetto, ma la cura quotidiana di quello spazio fragile, asimmetrico, infinitamente esigente. Un'utopia che non promette salvezza, ma che preserva nell'aridità della storia, la possibilità dell'umano.
-Alessandro Marotta
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