Quanto avvenuto nella notte di ieri non è una semplice prova di forza da parte degli Stati Uniti. E tantomeno può essere classificato come l'ennesimo tentativo di esportazione della democrazia da parte della libera America. La fine del regime di Nicolás Maduro causata dall'intervento militare della marina e dell'aviazione statunitense non è...
Dall’anarco-capitalismo a Trump. I volti della destra statunitense dietro la presidenza del Tycoon
Negli ultimi decenni, la destra statunitense ha conosciuto una metamorfosi profonda: da movimento economico ultraliberista a macchina populista e identitaria capace di parlare alle masse. La presidenza di Donald Trump non è stata un'anomalia improvvisa, ma l'esito di un lungo processo di sedimentazione ideologica, in cui correnti apparentemente marginali hanno fornito la struttura teorica e retorica a una nuova destra autoritaria. Dalle speculazioni anarco-capitaliste di Murray Rothbard fino alla convergenza con l'élite tecnologica capitanata da Elon Musk e Peter Thiel, si delinea la genealogia di un pensiero che ha saputo trasformare l'ideale libertario in uno strumento di potere e di controllo.

Paleolibertarismo: alle radici del trumpismo
In una delle sue versioni più radicali e autoritarie, il libertarismo di destra trova una sua peculiare espressione nell'ideale del paleolibertarismo: una visione politico-economica, nata e diffusasi negli Stati Uniti, che cerca di coniugare il liberismo economico della scuola austriaca e il conservatorismo sociale dell'Old Right. A questo proposito, il suffisso paleo- indica proprio l'auspicio ad un ritorno al passato, ai principi conservatori e tradizionali che il libertarismo progressista e la sinistra culturale avrebbero cancellato.
A promuoverne la nascita furono Murray Rothbard e Lew Rockwell, due figure provenienti dal mondo dell'anarco-capitalismo. L'idea di fondo era di separarsi nettamente dal libertarismo di sinistra, vicino a posizioni egualitarie o mutualiste, per accentuare una matrice anarco-capitalista legata alla sacralità della proprietà privata, del principio di non aggressione e ad un profondo individualismo metodologico. Da qui il progetto paleolibertario: un libertarismo "duro", ostile ai costumi moderni, al femminismo, al multiculturalismo e, in generale, nei confronti di tutto ciò che, a loro avviso, erode il tessuto morale tradizionale della comunità americana.
Rothbard, allievo di Ludwig von Mises e figura di riferimento dell'economia austriaca, rappresentò senza dubbio la sintesi più radicale e culturalmente più illustre di questa visione. Pur restando teoricamente un anarco-capitalista, negli ultimi anni della sua vita infatti accentuò la propria ostilità verso le politiche egualitarie, i diritti civili e l'immigrazione, arrivando persino a sostenere figure come David Duke, ex leader del Ku Klux Klan. Tra le azioni più concrete del movimento ci fu il sostegno a Pat Buchanan durante le primarie repubblicane del 1992, che però perse ai danni di H.W. Bush. Le attività sembrarono terminare quando, nel 1995, Rothbard morì.
Sebbene non in maniera politicamente attiva, il sentimento paleolibertario è sopravvissuto soprattutto tramite l'economista Hans-Hermann Hoppe, uno dei più brillanti allievi di Rothbard. La visione di Hoppe accentua ancora di più i tratti conservatori della teoria paleolibertaria rothbardiana. L'idea è quella di un governo monarchico o neo-feudale, considerato più affidabile e allineato alla tutela della proprietà privata e dei diritti individuali, rispetto a quello liberale e democratico. A questo proposito Hoppe si è impegnato molto a giustificare un atteggiamento politico conservatore, anti-democratico e restrittivo nei confronti delle politiche migratorie. Questo impianto teorico ha reso Hoppe, più ancora di Rothbard, una figura centrale per il connubio tra libertarismo e alt-right".

Oggi, la genealogia paleolibertaria riaffiora in
forme nuove, dall'alt-right all'accelerazionismo di destra di
autori come Nick Land o Curtis Yarvin, che ne radicalizzano
l'impianto anti-democratico in chiave tecnocratica e post-umana. In tutti
questi casi, ciò che permane è l'idea di fondo per cui la libertà, per non
dissolversi nel disordine, debba fondarsi su un principio d'autorità. Così, il
sogno libertario di assoluta autonomia individuale sembra rovesciarsi piuttosto
nel suo contrario, vale a dire in un sentimento di nostalgia per un ordine che
garantisca la libertà solo a chi ne è
ritenuto degno.
Il paleolibertarismo non è, in fondo, una semplice teoria economica ma una sorta
di metafisica della proprietà: una concezione della libertà che cerca il
proprio fondamento nella morale del possesso e nella gerarchia naturale tra chi
detiene e chi non detiene i beni. L'idea paleolibertaria di emancipazione sembra
declinarsi come la tutela di un ordine in cui il privilegio economico e sociale
debba essere garantito senza che lo stato debba intervenire in alcun modo per
livellare le differenze né nell'economia né tanto meno nella società. Nella traiettoria
che da Rothbard conduce a Hoppe e, più tardi, a Nick Land e Curtis Yarvin, però
si fa evidente una contraddizione. Nel passaggio da anarco-capitalismo a paleolibertarismo,
sembra affermarsi ciò che in principio, almeno idealmente, ci si proponeva di
negare. Infatti, immaginare un'aristocrazia fondata sulla proprietà,
sull'intelligenza o sulla capacità di dominare la complessità del mercato, pur promettendo uno Stato più libero per i
propri cittadini, finisce per produrre una libertà reale soltanto per
pochissimi.
È proprio qui che il discorso paleolibertario incontra le élites tecno-economiche contemporanee, dando origine a un'inedita alleanza tra individualismo radicale e potere tecnologico. Figure come Peter Thiel, miliardario della Silicon Valley e sostenitore dichiarato di Hoppe, incarnano proprio questo desiderio per il quale il sogno di una libertà assoluta trova la propria realizzazione non nella società, ma nella capacità tecnica e nel capitale economico.

Il transumanesimo. Peter Thiel e l'high-tech statunitense
L'altro volto ideologico e sociale che ha aderito pienamente al populismo trumpiano, è dunque rappresentato dai celebri ed eccentrici volti della SiBlicon Valley. Ancora più che Elon Musk, penso a Peter Thiel, imprenditore tanto bizzarro quanto pericoloso. È sufficiente ascoltare una qualunque sua intervista per cogliere immediatamente la portata delle sue posizioni. Le sue idee da un lato sembrano immediatamente caricature bizzarre, dall'altro non sarebbero così inquitanti se solo Thiel non fosse, grazie a Palantir, un potentissimo miliardario che da anni finanzia le campagne elettorali di Donald Trump e J.D. Vance.
Convinto che il progresso umano sia paralizzato da decenni, Thiel parla continuamente di tecnologie in grado di potenziare o sostituire l'uomo. Ogni suo discorso è intriso di ossessioni riguardanti l'immortalità e il superamento dei limiti biologici, possibili grazie allo sviluppo tecnologico. Thiel è dichiaratamente anti-democratico ed elitista, parla dello Stato tendenzialmente come un fardello di cui liberarsi per fare in modo che le potenzialità umane possano esprimersi alla loro massima potenza. In un futuro non troppo lontano, secondo Thiel, le società occidentali conosceranno la fine del lavoro salariato sostituito da imprese in cui la presenza umana sarà completamente sostituita da quella delle macchine. Inoltre, secondo lui, tra pochi anni assisteremo ad un'apocalisse, un'agguerrita battaglia civile provocata delle disastrose politiche socialiste e assistenzialiste che permeano il deep state e che tentano di opporsi a questo inevitabile destino. Per Thiel, la sinistra – nemica del progresso reale – mira deliberatamente a mantenere una situazione di stagnazione tecnologica, pertanto oppone a ciò una prospettiva transumanista, proponendo cioè di potenziare le capacità umane grazie allo sviluppo bio-tecnologico. Se solo pochi potranno permettersele, poco importa, la selezione naturale farà il suo corso.

L'obiettivo dichiarato di questi miliardari nel campo dell'high-tech, da Thiel a Musk passando per Bannon, Altman e Bezos, è quello di avviare una nuova era neo-feudale, quindi smantellare la sanguinolenta democrazia liberale sfruttando il potere della tecnologia, con l'obiettivo di costruire uno Stato ad alta intensità tecnologica e minime concessioni in termini di diritti. Uno stato autoritario che, grazie allo sviluppo della tecnologia, possa risollevare le sorti dello stato americano, ferito dalla sinistra woke e sedicente progressista.
In seno a questo progetto, negli USA si è prodotta un'alleanza tra le grandi potenze tecnologiche e la destra reazionaria. Tuttavia, non ci sarebbe niente di più sbagliato nel pensare che questo progetto sia organico e organizzato in comunione dei diretti interessati. Spesso, infatti, la vanità e le incoerenze che contraddistinguono gli attori economici in questione, portano a divergenze ed attriti, Musk e Bannon, per esempio, si trovano in totale antagonismo.
Per ora Trump sembra avere saldo il controllo su Musk. Sarà tuttavia interessante osservare come evolverà l'equilibrio di potere con le prossime elezioni di midterm e, soprattutto, in vista della possibile candidatura di J.D. Vance alle presidenziali del 2028…
Conclusioni
Per lungo tempo, la scena politica americana è
sembrata articolarsi attorno a due visioni del mondo contrapposte; oggi,
tuttavia, con l'endorsement dei
grandi poteri economici legati all'ambiente high-tech nei confronti della
destra, i rapporti di forza sembrano
spostarsi in modo netto. La prospettiva neoliberista si è progressivamente
saldata con il populismo e il conservatorismo della destra radicale. Il potere
tecnologico tende ormai verso una visione del mondo nazionalista e autoritaria,
che tuttavia difficilmente può essere assorbita dal tessuto produttivo
americano. Rimangono infatti forti dubbi sulla capacità degli Stati Uniti di
riconvertire, attraverso politiche di remigrazione o reindustrializzazione, una
popolazione bianca disoccupata in forza-lavoro manifatturiera.
Con il controllo di pochi ricchi imprenditori di settori cruciali quali
l'intelligenza artificiale, sistemi di difesa, piattaforme social, ecc. l'arena
democratica rischia di essere falsata alla radice. Non si tratta più della
tradizionale alleanza tra destra politica e grandi poteri industriali, ma di un
progetto più profondo, in cui il pensiero conservatore e quello libertario
confluiscono in una medesima logica di potere. In un'epoca in cui la destra
parla direttamente alle masse, mentre la sinistra tende a ridursi a un discorso
intellettuale e borghese, il potere dei cosiddetti tecno-vassalli risulta particolarmente inquietante per la
sua capacità di orientare, in modo capillare e invisibile, la formazione
dell'opinione pubblica – come già dimostrato dal caso Cambridge Analytica.
Quel che si delinea è perciò una trasformazione strutturale della democrazia occidentale: l'egemonia economica del capitale tecnologico è anche egemonia culturale e politica. Negli Stati Uniti, la fusione tra potere digitale e populismo di destra ha inaugurato una forma di post-democrazia algoritmica, in cui il consenso non si conquista più attraverso il confronto, ma si programma attraverso le piattaforme. Questa nuova via che la politica americana sembra intenzionata a percorrere fino in fondo avrà (e in parte ha già) importanti ripercussioni sul contesto europeo, dove la destra appare sempre più incline a prendere ispirazione dal modello statunitense.
Il pericolo è sostanziale e all'Europa serve pensare ad una soluzione, poiché laddove resterà inerme, rischierà di importare tanto le tecnologie statunitensi quanto le loro derive autoritarie. È urgente capire ora che quando la democrazia delega la propria infrastruttura al potere tecnologico, cessa di essere uno spazio di decisione collettiva e diventa un ecosistema di dati, governato da pochi soggetti privati che decidono cosa sia vero, cosa sia visibile e cosa possa o non possa essere detto.Insomma, se l'Europa non comprenderà che delegare l'infrastruttura della sfera pubblica significa cedere la propria sovranità, non importerà solamente i dispositivi americanima anche la loro logica, le loro paure e, soprattutto, i loro padroni
- Alessandro Marotta
Scopri anche...
Chi avrebbe mai detto che il baluardo più saldo del diritto all'informazione, in Italia, sarebbe diventato Corona Fabrizio, nato a Catania il 29 Marzo 1974, "condannato definitivamente dalla Cassazione a 13 anni e 2 mesi di reclusione per reati continuati".
Più libri, più liberi?
Il caso di Passaggio al bosco risveglia la coscienza storica del Paese, riproponendo temi cruciali per la democrazia nonché per il dibattito politico odierno.





