Bugonia, Frankestein, Anemone, 5 secondi

19.11.2025

BUGONIA

Bugonia, remake del film coreano del 2003 diretto da Jang Joon-hwan, rappresenta il tentativo di Yorgos Lanthimos di rilanciarsi dopo il deludente Kinds of Kindness. Purtroppo, non si può dire che l'operazione sia riuscita. Il film non entusiasma, privo di una struttura narrativa capace di coinvolgere realmente lo spettatore, finisce per sembrare quasi un quarto episodio del progetto precedente, più che un'opera autonoma.

Il protagonista è Teddy Gatz (Jesse Plemons), che con l'aiuto del cugino Don, rapisce Michelle Fuller (Emma Stone),dirigente di un potentissimo colosso farmaceutico e sospettata di essere un'aliena intenzionata a provocare l'estinzione della razza umana. La trama si sviluppa intorno alla detenzione della donna e all'indagine sulla sua presunta natura extraterrestre. Al di là della consueta bravura di Plemons e Stone e del grottesco umorismo nero tipico di Lanthimos, c'è però ben poco da salvare.

Il film manca di una costruzione narrativa solida: non permette di appassionarsi ai personaggi, non emoziona, non turba, non sorprende – pur desiderando evidentemente farlo. Lanthimos sembra aver imboccato quella fase della carriera in cui ci si autocita, preferendo un umorismo manierato alla necessità di dare forma compiuta al senso. La storia risulta debole, sconclusionata, e il messaggio che vuole lanciare in maniera esageratamente didascalica, appare evanescente. Alla fine il monito contro la tendenza umana all'autodistruzione, si limita a scalfire superficialmente il tema, comunicando poco e male.

Si tende spesso a distinguere tra un "vecchio" e un "nuovo" Lanthimos, prediligendo la fase greca, più radicale e meno commerciale. Una dicotomia probabilmente impropria che non rende onore alla storia del regista e suoi lavori più recenti, nei quali si manifesta una maturazione stilistica che nei primi film era solo abbozzata e di cui Povere creature è la dimostrazione. Tuttavia, è evidente che il regista greco oggi sembra aver smarrito l'acume progettuale che animava opere come The Lobster, Dogtooth o Il sacrificio del cervo sacro; come se, affinando alcuni aspetti formali, avesse involontariamente sacrificato la forza concettuale e la coerenza narrativa.
Probabilmente, a compromettere Bugonia come Kinds of Kindness è stata la vicinanza temporale delle ultime uscite: la rapidità produttiva ha inciso sulla qualità dei progetti, tutti costruiti su ottime premesse – figlie della cifra stilistica ormai matura del regista – ma sviluppati e conclusi in modo povero, quasi trascurato. Più che opere meditate, sembrano film concepiti per il divertimento personale di Lanthimos, non per il pubblico né per un reale avanzamento della sua ricerca artistica.

Il risultato è un film stanco, che non osa e non disturba. Due difetti grandi per un autore che aveva fatto dell'inquietudine e dell'assurdo la sua firma più riconoscibile.

Voto: 4 ½ 

FRANKESTEIN

Nonostante il film sia uscito su Netflix il 7 novembre, era indispensabile vederlo sul grande schermo. Senza adesso dilungarsi boriosamente sull'importanza rituale del gesto di andare al cinema e sul problema che il cinema continua a vivere a causa della presenza delle piattaforme streaming, è innegabile che Frankenstein sia proprio uno di quei film per cui vale la pena andare al cinema. La questione è essenzialmente estetica, per la realizzazione e la godibilità complessiva, il cinema riesce a risaltare le scelte registiche, sonore e sceniche del film, creando quelle condizioni che a casa o sul computer sono per ovvi motivi irreplicabili.

Fatta queste doverosa premessa, il film è bello ma non è entusiasmante, sicuramente al di sotto del Labirinto del Faunoe della Fiera delle Illusioni. In parte, credo che a risultare quasi banali siano gli archetipi dei film di genere che Del Toro, forse rispetta eccessivamente. La storia di Frankenstein infatti è ben nota dunque in questo senso da un adattamento cinematografico ci si aspetta una revisione o comunque un modo piuttosto originale di interpretare le vicende. In effetti un certo grado di rielaborazione c'è, ma tutto sommato il regista decide di rimanere abbastanza fedele al racconto di Mary Shelley. L'espediente utilizzato per raccontare le vicende è il racconto dei due protagonisti, che riportano le rispettive versioni dei fatti, dividendo così mi film in due parti: una raccontata dallo scienziato Frankenstein e l'altra dalla creatura.

Questa struttura danneggia un pochino il ritmo del film piuttosto che incorniciarlo in un alone leggendario, inoltre sarebbe stato preferibile vedere meglio tematizzati gli aspetti filosofici che il racconto pone in essere, come i limiti dell'uomo, la violenza, e in generale le implicazioni prometeiche della storia. Il regista ha preferito agire diversamente e in questo senso ha osato poco, realizzando comunque un buon lavoro. Soprattutto nei film di genere, però, sarebbe interessante provare ad azzardare di più, magari ribaltando alcuni archetipici tipici che sono già molto conosciuti, come in parte sono riusciti a fare i western contemporanei.

Nonostante ciò, alcuni spunti risultano davvero brillanti; le scenografie e i costumi sono sontuosi, e il finale si rivela particolarmente riuscito nella sua capacità di sospendere il meccanismo che ha guidato l'intero sviluppo della storia, approdando a una conciliazione profonda e consapevole, senza mai scadere nello sdolcinato.

Voto: 7-

ANEMONE

Dopo otto anni di assenza dal grande schermo torna Daniel Day-Lewis, uno degli interpreti più talentuosi e camaleontici del cinema contemporaneo. Per l'occasione, l'attore britannico non si è limitato a recitare ma ha collaborato con il regista anche alla scrittura della sceneggiatura. È risaputo quanto Day-Lewis scelga con estrema cura i progetti a cui prendere parte, accettando soltanto opere che ritiene realmente ambiziose. La decisione di tornare con un regista esordiente potrebbe allora sorprendere, se non fosse che il terreno è, in realtà, particolarmente familiare visto che il regista Ronan Day-Lewis è infatti suo figlio. Una combinazione che, già da sola, rende il film un oggetto di grande curiosità.

Presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma, nella sezione autonoma Alice nella città, e arrivato in sala il 6 novembre, il film non ha goduto di un'ampia distribuzione anche se è ancora possibile trovarlo in alcune sale. Al centro della storia ci sono due fratelli, Jem (Sean Bean) e Ray (Daniel Day-Lewis): due personalità distanti, quasi inconciliabili, costretti a riattraversare un passato che entrambi hanno cercato di seppellire. Il film sfrutta molto l'alternarsi di cupi silenzi e taglienti monologhi affidati alla capacità e all'espressività di Daniel Day-Lewis. I due protagonisti sono duri, malinconici, emotivamente lontani. Ogni dialogo sembra aprire un varco nel passato e riportare in superficie ciò che era stato occultato per anni: traumi d'infanzia, colpe mai confessate, memorie scomode e un dolore che riaffiora con la precisione di una lama. Anemone è, in fondo, la storia di un dramma familiare e di un senso di colpa che non trova pace.

Molto efficaci i campi larghi – in alcuni momenti persino larghissimi – che restituiscono con forza la solitudine e la piccolezza percepita dai personaggi. Ottime le interpretazioni di Sean Bean e Daniel Day-Lewis, convincente anche l'ambivalenza simbolica tra creazione e distruzione, tra la delicatezza di un fiore e la brutalità della vita. La trama forse non è sempre trascinante e, a tratti, il film sembra quasi rallentare fino ad arenarsi; resta tuttavia caratterizzato da un simbolismo sottile (talvolta forse così sottile da risultare sfuggente). Molto suggestivo vedere come il vecchio e il nuovo, il passato e il presente siano messi a confronto: gli sguardi stanchi degli adulti contro quelli rabbiosi dei giovani, i corpi invecchiati e quelli ancora feroci. È un film che parla della morte e del tempo tramite dei personaggi che sembrano essere gettati in un mondo che li sovrasta, incapaci di sfuggirgli e costretti a misurarsi con ciò che li ha formati e feriti.

L'esordio di Ronan Day-Lewis è tutto sommato positivo anche se il film si regge molto di più sulle capacità recitative del padre, che sull'abilità registica o sulla creatività del soggetto. In ogni caso è un film promettente, che denota abilità e profondità. Non resta che aspettare il prossimo film!

Voto: 6 ½ 

5 SECONDI

Dopo Un altro ferragosto, Paolo Virzì torna con un film ambientato nella campagna toscana, dove Adriano Sereni (Valerio Mastandrea) vive in solitudine dopo una grande delusione che lo ha spinto ad abbandonare i privilegi della sua professione. Il suo ritiro solitario si incrina quando, nella proprietà accanto, una comune di giovani decide di rimettere a nuovo un vecchio edificio nobiliare, avviando la coltivazione della vite e un progetto di riqualificazione del luogo.

Senza rivelare troppo della trama, Paolo Virzì torna su alcuni temi a lui cari: la natalità, l'esperienza della paternità, la fragilità dei rapporti familiari. Lo fa invitando lo spettatore a interrogarsi in senso ampio sul concetto di Giustizia, spingendolo a guardare oltre ciò che la legge codifica. Forse è proprio questa la prospettiva da adottare per accostarsi a un film che talvolta rischia di appiattirsi in personaggi a tratti quasi stereotipati, ma che tuttavia commuove e lascia aperte alcune riflessioni interessanti. Non è un'opera rivoluzionaria né avanguardistica; è, piuttosto, una storia semplice che ricorda come, talvolta, sia più utile sospendere i dualismi di giusto e sbagliato, colpa e merito, per concentrarsi invece sulla verità del dialogo.

La forza del film risiede nella capacità di mostrarci come la tragedia sia tale proprio per la casualità con cui irrompe, più che per una dinamica di responsabilità o di calcolo errato. E tuttavia ciò non significa che, con essa, la vita debba arrestarsi, né che venga preclusa ogni possibilità di redenzione. La diversità vi è accolta, l'errore contemplato. In questo Virzì sembra recuperare una certa ispirazione tragica greca: essenziale, ma sorprendentemente efficace.

Voto: 7

- Alessandro Marotta


Probabilmente la serata più intrigante e fresca della settimana: forse perché in grado di spezzare il ritmo serrato del Festival o per via della stimolante presenza di nuovi ospiti, l'appuntamento con le cover non può essere mancato. Dunque, eccoci qui, irrimediabilmente qui, con marcate occhiaie sanremesi e voglia di dormire, solo per regalarvi le...

Non è stata, complessivamente, una prima serata entusiasmante. Si preannuncia un Festival con buona probabilità non paragonabile ad altre precedenti edizioni. Eppure, tra ottime sorprese e performance sottotono, si è comunque riusciti ad avere del buon intrattenimento.