22ªdi Serie A: fuga scudetto Inter, pareggio e rimpianti Roma e la più bella Juve della stagione

27.01.2026

Era stato presentato come un turno favorevole all'Inter, e alla fine lo è stato davvero. Non tanto per ciò che ha fatto la capolista – che pure ha fatto il suo dovere – quanto per ciò che è successo attorno. Il 6-2 al Pisa, il pareggio dell'Olimpico tra Roma e Milan, la sconfitta del Napoli allo Stadium: una combinazione di risultati che oggi consegna all'Inter un vantaggio di 5 punti sul Milan e addirittura 9 su Roma e Napoli, aprendo un solco significativo tra la squadra di Chivu e il resto del gruppo. Un solco che ora va letto alla luce del ritorno stabile della Champions League e di un calendario che inizierà a presentare il conto a tutti.

Inter a valanga sul Pisa, passo decisivo per lo scudetto?

L'Inter ha vinto, ma non senza spavento. Andare sotto 0-2 a San Siro contro il Pisa è qualcosa che lascia tracce, anche perché quelle tracce parlano ancora una volta di errori strutturali: gol subiti sugli sviluppi di palla inattiva, le ormai solite incertezze di Sommer e una fascia destra che continua a essere un tema. Luis Henrique non ha dato le risposte attese, l'assenza di Dumfries pesa, e il cambio anticipato con Dimarco è stato il segnale più chiaro di una squadra che aveva bisogno di rimettersi in asse. Dimarco è stato dominante, Carlos Augusto adattato ha fatto il suo, ma il messaggio è evidente: se l'Inter vuole davvero completarsi, è lì che dovrà intervenire.

Poi, però, la reazione. Da grande squadra. E allora la partita torna a raccontare ciò che l'Inter fa meglio: la capacità di ribaltare l'inerzia, di alzare il ritmo, di trovare risorse interne. In questo senso, la luce più forte resta Pio Esposito: giovane, da proteggere, ma sempre più continuo, sempre più centrale per ciò che dà con e senza palla. Ombre ce ne sono, ma il messaggio del venerdì di San Siro è chiaro: l'Inter resta la squadra di riferimento.

Il solito Maignan salva Allegri, la Roma domina ma non va oltre il pareggio

A rendere ancora più luminosa la vittoria nerazzurra è il pareggio dell'Olimpico, un 1-1 che racconta molto più di quanto dica il risultato. Roma-Milan è stata una partita dai due volti, e non è un caso. La Roma ha dominato in lungo e in largo per la maggior parte della partita, ha imposto ritmo, intensità, qualità, trovando connessioni immediate tra la neo-coppia Dybala-Malen, aggiungendo imprevedibilità con Soulé e mostrando una squadra che il mercato ha migliorato davvero.

Il Milan, invece, ha confermato un piano partita ormai riconoscibile: soffrire all'inizio, restare in partita, crescere nella ripresa. Una strategia che ha senso per un big match, soprattutto per una squadra che può preparare ogni gara con una settimana piena e che spesso affronta avversari reduci dalle fatiche della coppa. Può essere una strategia che fa storcere in naso a molti, ma i 21 risultati utili consecutivi mettono in difficoltà chi critica questo piano di gioco.

È pur vero che, senza le parate di uno straordinario Mike Maignan, oggi parleremmo di tutt'altro. Il tema del rinnovo del portiere francese è centrale non solo per il suo valore tecnico, ma per il peso temperamentale che continua ad avere in un gruppo che non sempre sprigiona leadership. Il Milan resta secondo, con un margine rassicurante su chi insegue ma con un distacco ampio dalla vetta, e in quest'ottica il campionato resta positivo. Ma se vuole fare davvero il salto di qualità, il discorso torna sempre lì: maggiore protagonismo nella proposta e maggiore continuità dai giocatori chiave dell'attacco. Leao in primis, chiamato non tanto a cambiare ruolo, quanto a restare acceso più a lungo. Perché questo Milan ha alternative, ha profondità, ma ha ancora bisogno che il suo talento più luminoso faccia la differenza con maggiore frequenza.

La Roma, dal canto suo, esce dall'Olimpico con sentimenti contrastanti ma con una certezza sempre più solida: è una squadra vera. Gasperini ha dato identità, intensità, e il mercato ha aggiunto pezzi funzionali. Malen è un giocatore perfettamente gasperiniano, Robinio Vaz e Venturino sono profili giovani ma interessanti, ragazzi che sembrano avere non solo qualità ma anche mentalità. La Roma non è lì per caso e ha tutte le carte per restare agganciata alla lotta Champions fino in fondo. L'unico limite, se vogliamo chiamarlo così, resta la difficoltà a trasformare grandi prestazioni negli scontri diretti in vittorie piene. Ma il saldo emotivo e tecnico resta ampiamente positivo. L'unica vera nota stonata è l'infortunio di Manu Koné, un'assenza che potrebbe pesare parecchio, nonostante il rientro di El Aynaoui e anche se Pisilli ha mandato segnali incoraggianti.

Identità contro emergenza: la Juve accelera, il Napoli si ferma

All'Allianz Stadium, invece, la Juventus ha dato un'altra conferma pesante. Non tanto per i tre punti, quanto per il modo. Il primo tempo contro il Napoli è stato di altissimo livello e ha mostrato ciò che Spalletti è riuscito a costruire in meno di venti partite: il piacere di giocare, il gusto della manovra, un'identità finalmente riconoscibile. Il ritorno di Bremer ha permesso solidità, il gol da centravanti vero di David ha sbloccato la partita, e la Juve avrebbe potuto chiuderla già all'intervallo. Nella ripresa il Napoli è rimasto aggrappato, ma la mentalità bianconera ha fatto la differenza, fino all'episodio decisivo: l'errore di Juan Jesus, l'assist di Miretti, la conclusione di Yildiz. Classe pura. Il 3-0 finale completa il quadro di una squadra che oggi attiva tutto il gruppo e si riconosce nel proprio calcio. La vetta resta lontana, la corsa Champions ardua, ma la direzione è finalmente chiara.

Per il Napoli, invece, è una sconfitta dolorosa ma contestualizzabile. La rosa ridotta all'osso, gli impegni europei ravvicinati – uno deludente con il Copenaghen e uno che sarà decisivo con il Chelsea –, gli infortuni, la fatica accumulata: allo Stadium c'era poco margine. L'unico vero rimprovero è quell'errore che ha chiuso la partita. Resta il tema arbitrale sull'episodio Bremer-Højlund, una situazione borderline che in un campionato così confuso nelle interpretazioni continua a lasciare strascichi. Se quel rigore fosse stato assegnato, forse la storia sarebbe stata diversa. Ma il quadro generale resta quello di una squadra che sta pagando un calendario durissimo e risorse limitate. Molto passerà dall'Europa: un'eventuale uscita dalla Champions, oltre ad essere una delusione totale, cambierebbe completamente gli equilibri futuri.

Progetto, crisi, frattura: il weekend di Como, Bologna e Lazio

Dietro, intanto, continua a bussare forte il Como. Dopo la Lazio, arriva una prestazione scintillante contro un Torino in piena difficoltà. Nonostante il sabato di pausa di Nico Paz, il Como ha mostrato profondità, talento, crescita: il gol Kuhn, lo straordinario sviluppo di Baturina e la consacrazione di Douvikas, tutti dentro uno spartito che Fabregas dirige con grande intelligenza. È una squadra che gioca un calcio meraviglioso e che può legittimamente pensare all'Europa, anche se il vero salto di qualità passerà dalle grandi partite.

Il Bologna, al contrario, continua a pagare errori e autosabotaggi. A Marassi aveva la partita in controllo, poi l'espulsione di Skorupski – episodio limite – ha aperto la strada alla rimonta del Genoa, che con tre gol splendidi si prende una vittoria fondamentale per la salvezza. Per i rossoblù di De Rossi, applausi meritati; per il Bologna, la sensazione è che manchino oggi quelle certezze che avevano reso straordinaria la scorsa stagione.

Infine, la Lazio, che meriterebbe davvero un articolo a parte. Il pareggio con il Lecce è il riflesso di uno scollamento profondo: tra piazza e proprietà, tra società e spogliatoio, tra ambizioni e realtà. È una squadra che ha fatto il massimo per restare fuori dai guai, ma che difficilmente potrà accendere entusiasmi in una stagione segnata da tensioni continue.

-Nicolò Mencarini


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